Che ne è del “soggetto” nel terzo millennio?
(Testo integrale della conferenza svolta dal prof. Roberto Maria Pittella per “Filosofia sui Navigli” in data 9 novembre 2025)
PREMESSA
Per “ambivalenza” intendiamo la compresenza di qualità, di attributi opposti nel medesimo soggetto, come quando parliamo di una sensazione o di una situazione dolce-amara.
Un esempio di ambivalenza universalmente noto ci è offerto dai celebri versi di Catullo: “Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” (“Odio e amo. Forse ti vai chiedendo perché lo faccia. Non so, ma sento che accade e mi tormento.”).
Ora, il bisogno di parlare delle “ambivalenze del soggetto” nasce da una duplice esigenza: una di ordine prevalentemente teoretico ed una di ordine prevalentemente etico.
La prima è quella di rivedere criticamente il concetto di soggetto in un mondo che non può più essere guardato con gli stessi occhi di prima dopo Auschwitz, dopo Hiroshima, dopo il Vietnam, dopo le Torri Gemelle e dopo Gaza, ma anche dopo tante altre manifestazioni di violenza su vittime innocenti forse meno appariscenti ma più quotidiane, come le morti sul lavoro, le violenze familiari, quelle di genere e quelle nei confronti del mondo naturale (inquinamento, deforestazione selvaggia, cementificazione, allevamenti intensivi). Qui non dobbiamo scordare che la violenza non è solo né principalmente quella materiale. La vera e più grave (in quanto più subdola) forma di violenza è la violenza come “forma mentis”, come “stile di vita”, come “sistema”. Pensiamo per esempio alla “violazione” (si noti l’analogia etimologica con “violenza”) di taluni diritti fondamentali, come il diritto alle pari opportunità, alla salute, allo studio, ad un lavoro dignitoso che sia strumento di vita e non di morte.
Quindi, siccome il pensare non è mai disgiunto dal vivere, la seconda esigenza irrinunciabile, di ordine etico-pratico, è quella di porci in un ordine di idee e di azioni volto a far sì che violenze come quelle citate trovino sempre meno posto nel mondo del terzo millennio.
Per tutti questi motivi, al pari del termine “soggetto” andrebbero rivisti in tal senso anche molti altri concetti della tradizione filosofica, come quelli di verità, di libertà, di essere, di giusto, di bene, di bello.
PRIMA AMBIVALENZA: ATTIVO – PASSIVO
L’etimologia, non meno della storia, è (o almeno dovrebbe essere) spesso maestra. Il latino subiectum (da cui il nostro termine “soggetto”) è sostantivazione di subiectus, a sua volta participio passato di subicĕre (= sottoporre) e traduce il greco ὑποκείμενον (pr. ypokèimenon). Ha pertanto in origine il significato di “soggetto” nel senso di sottoposto, sottomesso, come nella locuzione “essere soggetto a qualcosa”; significato che si accentua se risaliamo di un altro livello nella radice etimologica: infatti subicĕre deriva da sub+iacĕre (ossia “gettare sotto”, “assoggettare”). Tale significato si colloca dunque in un’area semantica totalmente opposta rispetto a quella che ospita il termine soggetto grammaticalmente e comunemente inteso come “colui che compie l’azione” o “colui che agisce”: qui ci troviamo di fronte alla prima forma di ambivalenza. Possiamo definirla, semplificando, come ambivalenza “attivo-passivo” nel senso che il soggetto non è esclusivamente “soggetto di…”, bensì altrettanto “soggetto a…”. Il suo ruolo non è solo quello di agire, ma anche quello di subire (lat. sub+ire = andare sotto).
SECONDA AMBIVALENZA: “STARE SOTTO” – “SOTTOSTARE”
Ci troviamo ora indotti a rivedere radicalmente il concetto basilare ed ancestrale di soggetto e a liberarlo da un serie di pregiudizi deformanti e limitanti o, se preferiamo, ad arricchirlo con una serie di denotazioni e di connotazioni per nulla scontate. Ritornando dunque alle origini, nell’alveo della cultura greca antica il soggetto è innanzitutto ὑποκείμενον, ossia “ciò che sta sotto”. Questo “star sotto” ha molteplici significati e può pertanto essere interpretato in diversi modi. Già le espressioni “star sotto” e “sottostare” assumono, se vi prestiamo attenzione, connotazioni e sfumature significativamente diverse: “sottostare” è infatti più connotato nel senso della “sottomissione” di quanto non lo sia “stare sotto”. Tant’è vero che ciò che “sta sotto” può anche essere ciò che fa da base e/o da presupposto a ciò che “sta sopra” e che, come tale, non vi “soggiace”: non ne dipende, anzi lo fa dipendere da sé. In tal senso il soggetto è (in origine) “ciò che sta sotto”: sub-stantia, che è l’indipendente per eccellenza.
Ma, come si diceva, ὑποκείμενον, ciò che sta sotto, può anche essere inteso come ciò che sottostà, o che soggiace, e come tale subisce dei condizionamenti. Allora tra lo stare sotto ed il sottostare, tra l’essere indipendente e l’essere dipendente si colloca la seconda ambivalenza. Essa si ricollega strettamente con la prima ed anzi la conferma: il soggetto non è esclusivamente “colui che agisce”, ma anche “colui che subisce”. In effetti il soggetto “subisce” gli stimoli ed i condizionamenti di diverso ordine e diversa natura che gli giungono dall’esterno così come dall’interno.
TERZA AMBIVALENZA: ONNIPOTENZA ED IMPOTENZA DEL SOGGETTO
È stata poi la modernità, a partire da Cartesio ed a proseguire con Kant e con gli idealisti, a mutilare il soggetto della risorsa costituita da tutta la sua parte ricettivo-passiva, a confinarlo nell’ambito presuntuoso ma anche limitato e limitante di “colui che agisce”, riducendolo a mera attività e più in particolare a mera attività pensante e logica. Questo processo di progressiva “castrazione” avviene paradossalmente (ma il paradosso è solo apparente) in una sorta di ubriacatura, per non dire di delirio, di onnipotenza che proietta letteralmente il soggetto dapprima ad entità autonoma sostanziale ed autofondante (il Cogito, o meglio la Res cogitans cartesiana), poi ad entità trascendentale (l’Io Penso kantiano), poi ad entità auto- ed etero-fondante (L’Io Puro fichtiano), e infine ad entità assoluta e incondizionata, sciolta cioè alla lettera da ogni condizione e condizionamento (l’Assoluto hegeliano che l’autore stesso, nella Fenomenologia dello Spirito, definisce non a caso come “sostanza ma anche soggetto”). Ma perché parlare di “impotenza” (quantomeno “generandi”) a proposito di questo tipo di soggetto? Perché è un soggetto sempre più onanisticamente solo ed isolato (Ab-solutus, “sciolto-da” ogni tipo di correlazione) che, per parafrasare Cornelio Tacito, “Ubi solitudinem facit, pacem appellat.” (“Dove crea desolazione, la chiama pace”).
Questo rapporto inscindibile ed apparentemente paradossale tra onnipotenza ed impotenza del soggetto, effetto quest’ultima della “castrazione” di cui s’è detto più sopra, è dunque la terza forma di ambivalenza che ci si presenta lungo il nostro itinerario.
Sia ben chiaro: con tutto ciò nessun intento di togliere anche un solo granello alla grandezza dei sunnominati “giganti” del pensiero, che rispetto ai loro tempi sono stati dei pionieri e dei rivoluzionari. Noi siamo saliti sulle loro spalle e grazie a loro abbiamo compiuto, appunto, dei passi “da gigante”. Senza di loro non saremmo giunti dove siamo, ma ora ci compete la responsabilità di procedere oltre con le nostre gambe e con le nostre teste.
QUARTA AMBIVALENZA: APPARENTE DEPOTENZIAMENTO MA REALE ARRICCHIMENTO DEL SOGGETTO
Al processo ambivalente di potenziamento-depotenziamento del soggetto di cui abbiamo dato conto in riferimento alla terza ambivalenza, rispondono e reagiscono energicamente quelli che Paul Ricoeur, riprendendo un’espressione di Nietzsche, ha definito i “filosofi del sospetto”: Marx, Freud e Nietzsche stesso. Non entreremo qui nei dettagli, tutt’altro che irrilevanti, che differenziano le loro concezioni, ma cercheremo piuttosto di cogliere quanto fa sì che il filosofo rappresentante dell’Ermeneutica li accomuni nella sua definizione.
Possiamo dire che il denominatore comune delle tre concezioni sta nel “sospetto” (per l’appunto) che dietro e sotto l’immagine “apollinea” del soggetto consegnataci dalla tradizione razionalistico-idealista “ci sia qualcos’altro” e ben di più: tutta la dimensione dello sfruttamento economico-lavorativo per Marx, quella delle dinamiche inconsce (pulsionali e conflittuali) per Freud, quella del “dionisiaco” e della volontà di potenza per Nietzsche. Salta immediatamente all’occhio come in tutti e tre i casi si tratti di dimensioni molto più ampie e, soprattutto, “profonde” (pensiamo per chiarezza alla celebre metafora freudiana dell’iceberg, secondo la quale i nove decimi della nostra psiche corrispondono alla parte sommersa o inconscia e solo un decimo a quella emersa o conscia). E salta altresì all’occhio (allenato) come tutte e tre le dimensioni siano caratterizzate da dinamiche e da conflittualità forti fino alla violenza.
Ma andiamo a vedere che ne è del soggetto a seguito di questo procedimento critico operato dai tre pensatori del “sospetto” … In apparenza esso ne esce depotenziato, “indebolito”: non è più il soggetto presuntuosamente autocratico e onnipotente della tradizione, non è più “padrone in casa propria” ma è invece un soggetto condizionato da una serie di fattori interni ed esterni rispetto ai quali mostra tutta la propria “sensibilità” (facciamo particolare attenzione a questo termine, che ritroveremo più avanti).
Il soggetto marxiano, quello freudiano e quello nietzschiano sono in partenza “soggetti” (nel senso di sottoposti) ad una serie di dinamiche profonde e fondamentali che sfuggono al loro controllo e persino alla loro consapevolezza o coscienza: addirittura è stato detto che “non sono più padroni di loro stessi”. Ma è proprio questa presa di coscienza che fornisce loro la possibilità e la capacità di emanciparsi dalla soggezione o schiavitù nei confronti di tali limiti. Come insegnava già Baruch Spinoza, noi siamo tanto più liberi quanto più ci rendiamo conto dei fattori che ci condizionano. Solo così acquisiamo la capacità di re-agire in modo attivo a quei condizionamenti. A conferma di tutto ciò pensiamo alla conquista della coscienza (sic!) di classe in Marx, al procedere da Es a Io in Freud (“Wo Es war, soll Ich werden” = “Dov’era Es, deve divenire Io”), al salto dall’”ultimo uomo” all’ “oltreuomo” in Nietzsche.
In tutti e tre i casi, insomma, si prendono le mosse da una messa in crisi, da un “depotenziamento” dell’immagine tradizionale del soggetto, messa in crisi e depotenziamento preliminari e propedeutici, tuttavia, ad un processo di arricchimento e di emancipazione del soggetto stesso, anziché di impoverimento come potrebbe apparire a prima vista.
Si tratta qui della quarta forma di ambivalenza, opposta e speculare rispetto alla terza. Infatti, come nella tradizione razionalistico-idealista l’apparente potenziamento del soggetto si rivela poi un suo indebolimento, una sua “mutilazione”, qui – viceversa – l’apparente indebolimento si rivela in realtà un processo di arricchimento e di emancipazione.
CHE NE È DEL “SOGGETTO” PER NOI, NEL TERZO MILLENNIO?
Ma quale messaggio possiamo ricavare noi, uomini e donne del terzo millennio da tutto ciò? Il soggetto non va più ridotto alla sua minoritaria zona cosciente, illuminata, apollinea, ma va sollevato (o ri-sollevato) alla sua integrità di cosciente ed inconscio, luce ed ombra, attivo e ricettivo, maschile e femminile, razionalità ed immaginazione, veglia ed onirico… Dove va tenuto presente che le suddette coppie antitetiche non sono necessariamente “sovrapponibili” l’una all’altra; ossia non è per nulla detto, per esempio, che “luce” corrisponda sempre a “veglia”, visto che è spesso proprio l’onirico a “gettar luce” sulle dinamiche profonde della nostra psiche.
E che ne è del soggetto dopo il nichilismo, il postmodernismo, il poststrutturalismo, la decostruzione? È vivo? È morto? È sopravvissuto? È risorto? Teniamo ben presente che potremmo (e presumibilmente dovremo) porci le stesse domande circa altri concetti, come quelli di verità, di libertà, di essere, di giusto, di bene, di bello. Certamente, a nostro modo di vedere, è “morto” (cioè va superato) il vecchio soggetto di una certa tradizione razionalistico-idealista, quel soggetto-Io, mortalmente affetto da antropocentrismo e da egotismo “acuto-cronico”, che si presumeva onnipotente e si ritrovava impotente; quel soggetto-Ego che, in forza di questa già citata ambivalenza, è stato dapprima drasticamente indebolito e poi definitivamente ucciso dai suoi stessi creatori, ostinati coscienzialisti, che l’hanno condannato all’estinzione confinandolo appunto nei limiti angusti e soffocanti della mera coscienza. Coscienzialisti illusi che la coscienza non dipenda da nulla e che tutto ne dipenda, colpevolmente ciechi davanti al fatto che non v’è coscienza alcuna dove non v’è qualcuno che possa prendere coscienza e qualcosa di cui poterla prendere.
Ispirandoci anche alla lezione junghiana (che aggiunge alla dimensione dell’io quella del “sé”), e prendendo atto di quelle decostruzioniste del secondo Novecento, potremmo dire invece che il soggetto non si riduce alla sola coscienza, ma abbraccia pure, oltre al resto, tutta la sfera pulsionale ed emotiva, ciò che lo rende, oltre a soggetto, (anche!) “oggetto sensibile”, nel duplice significato di “percepibile con i sensi” e di “dotato di sensibilità” (ed ecco riemergere quella “sensibilità” a cui facevamo riferimento più sopra): capacità ricettiva nei confronti di tutto ciò che si presenta come “altro”, sia fuori che dentro di sé. Un oggetto sensibile oggetto tra gli oggetti, corpo tra i corpi, animale tra gli animali, essere vivente tra gli esseri viventi. È quasi superfluo, ormai, osservare come qui non si tratti punto di un declassamento, di un depauperamento, bensì di un arricchimento pressoché infinito del soggetto stesso. Arricchimento possibile, paradossalmente, grazie ad un passaggio da una nozione “forte” (o presunta tale) del soggetto ad una in apparenza più “debole” (cfr. G. Vattimo), nel senso di non più autocratica.
QUINTA AMBIVALENZA: SOGGETTO ED OGGETTO “IN FIERI”
Abbiamo detto, tra l’altro, che il soggetto va visto altresì come oggetto (sensibile). Questa è verosimilmente la quinta delle ambivalenze tema del presente studio. Ma proviamo a chiarirla meglio. Soggetto ed oggetto non vanno visti più in un’obsoleta ottica sostanzialista, ossia come due entità fisse e prestabilite che prima “sono” e soltanto in un secondo momento entrano in rapporto reciproco ed interagiscono tra loro. Il “nuovo soggetto” va visto piuttosto come un’entità (il termine tradizionale non tragga in inganno!) in fieri, di tipo dinamico ed energetico, che “si va facendo” proprio attraverso il suo interagire con il mondo, con gli altri soggetti e con gli oggetti. Insomma, il “nuovo soggetto” non si trova il mondo, che vuole conoscere e col quale vuole interagire, “di fronte”, come il Gegenstand (= “oggetto”, ma alla lettera: “ciò che si pone di fronte”, di contro, quindi “si contrappone”) della tradizione. Il “nuovo soggetto” si trova piuttosto “nel mondo”, è cioè parte attiva ed integrante del mondo stesso e quindi non scindibile o separabile da esso.
Vale qui la pena di notare, sia pure di sfuggita, come anche la fisica contemporanea, in particolare quella di orientamento quantistico, suggerisca (attenzione: “suggerisca” e non “dimostri”, come alcuni vorrebbero invece darci ad intendere) l’opportunità di una siffatta revisione dei rapporti e delle interazioni tra soggetto ed oggetto. Pensiamo, per esempio, all’interazione tra soggetto osservatore ed oggetto osservato nei fenomeni interessati dal principio di indeterminazione di Heisenberg.
CONCLUSIONI (PROVVISORIE)
In conclusione (naturalmente parziale e provvisoria), anche nel terzo millennio è dunque lecito, anzi indispensabile, parlare ancora di soggetto. Non farlo significherebbe sottrarsi pavidamente a fare i conti con una questione tanto scabrosa quanto imprescindibile. E abdicare al soggetto equivarrebbe ad abdicare al senso di responsabilità, perché dove non c’è soggetto non ci sono scelte, sia pure condizionate, e quindi non ci sono responsabilità.
Occorre tuttavia concepirlo e plasmarlo, forgiarlo in modo nuovo, non più come il soggetto autocratico e prevaricatore, suprematista e patriarcale di certa tradizione razionalistico-idealista, ma anche e soprattutto come soggetto dotato di tutta la parte ricettiva, accogliente, pacifica, umanamente feconda, di cui era stato ingiustamente privato da tale tradizione. Ove proprio questa parte “nuova” può rendere il soggetto più aperto e sensibile verso l’Altro e il diverso che trova fuori così come dentro di sé, può renderlo più orientato verso le pulsioni d’amore e di vita (Eros) che verso quelle di distruzione e di morte (Thanatos), più orientato verso l’amore che verso l’invidia distruttiva di Jago e la gelosia omicida di Otello.
Occorre parlare di questo “soggetto nuovo” in termini di processo piuttosto che di sostanza, di “soggettivazione” piuttosto che di “soggetto”. Ed occorre parlarne, coraggiosamente, come di un soggetto che può e deve spaziare ben oltre i confini della coscienza e della logica, un soggetto in grado di attingere (anche) alle inesauribili risorse delle dimensioni inconsce, emozionali, affettive, immaginative ed extralogiche, ove per inconscio s’intenda non solo il non-più-conscio (il rimosso), ma altresì il non-ancora-conscio: ciò che ancora dobbiamo scoprire delle nostre dimensioni profonde. Queste dimensioni a loro volta vanno viste come il regno delle potenzialità, della e delle possibilità, talvolta addirittura dell’impossibile, ma sempre con l’avvertenza che anche ciò che sembra “impossibile”, come la coesistenza pacifica e la collaborazione tra le diversità, è spesso semplicemente il “non-ancora-possibile”.
Autore: Roberto Maria Pittella







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