Una riflessione su Philip K. Dick e il cinema, in occasione dell’uscita delle opere scelte nella collana I Meridiani di Mondadori.
L’entusiasmo per le grandi invenzioni e le innovazioni tecnologiche di fine ‘800 condusse Jules Verne a immaginare un futuro in cui macchine fantastiche sarebbero state in grado di condurre l’uomo nelle profondità degli oceani e al centro della terra. Intere generazioni di ragazzi si sono perse tra le pagine di colui che viene considerato il più celebre anticipatore di futuri possibili.
In seguito, la fantascienza diventerà un vero e proprio genere letterario, molto spesso, ma non sempre, di bassa lega, tanto da includerla nella cosiddetta Pulp fiction. Si può affermare che la maggior parte degli autori, quasi tutti americani, a partire dagli anni ‘50 del Novecento, abbiano vissuto di rendita, senza uscire più di tanto dalla pista tracciata dai padri fondatori del genere, per l’appunto Verne e H. G. Welles. Certo, un filo d’inquietudine e di pessimismo iniziava a infiltrarsi in una parte di questi scritti: il timore della catastrofe nucleare, l’invasione di extraterrestri terrificanti, l’ambiguo rapporto tra essere umano e robot, ma si trattava di terrori causati da agenti esterni, con normali reazioni umane a fronte di catastrofi scatenate da qualcosa di concreto e tangibile. La spettacolarizzazione della catastrofe, soprattutto nel cinema che iniziava a trarre spunto dal genere, finiva per sovrastare le caratteristiche interiori dei personaggi, dando vita a una schiera di protagonisti bidimensionali: dall’astronauta coraggioso capace di sacrificarsi per l’umanità al giovane scienziato che salvava il mondo ed era invariabilmente ricompensato dall’amore della sua bella.
Per incontrare un nuovo, vero anticipatore occorreva guardare a Philip K. Dick, un uomo irrisolto, disturbato, complesso, depresso ai limiti della psicosi ma di straordinaria profondità di pensiero[1].
Mentre scrivevo queste righe, sono stato interrotto tre volte da telefonate pubblicitarie di aziende che hanno acquisito i miei dati personali quando li ho ceduti in cambio di un qualche servizio “gratuito”. Se ho dei dubbi su quanto sto scrivendo, ricorro a una chatbot di intelligenza artificiale alla quale mi hanno consigliato di rivolgermi esordendo con “per favore…”. Se sono in ritardo con il pagamento di una tassa mi arriva immediatamente un avviso via PEC e sono invitato a pagare, o a richiedere una rateazione, aprendo un fantomatico cassetto fiscale che si trova all’interno di un onnisciente computer. Quel che resta della socialità pare essersi trasferito sui social, dove assisto a risse verbali violentissime su qualsiasi argomento, dal significato delle piramidi alla ricetta del risotto alla milanese.
[1] Per la biografia di Philip K. Dick consiglio la lettura del saggio giovanile di Emmanuel Carrère “Io sono vivo, voi siete morti”, Einaudi 1995
In un arco temporale che va dagli anni ’50 agli ’80 Philip Dick sembra aver previsto tutto questo. Certo non descrivendo in concreto futuribili innovazioni tecnologiche – di vera e propria tecnologia, nelle sue opere, non si parla affatto se non attraverso una bizzarra nomenclatura[2] – quanto anticipando gli effetti profondi di un presente distopico, al quale ormai ci stiamo abituando al punto da riconoscerne a stento la distopia.
In quello che personalmente considero il suo capolavoro, “Ubik” (1969), il protagonista, Joe Chip, una proiezione dello stesso Dick, vive un inizio di giornata disastroso ed esilarante: non riesce a uscire di casa perché la porta d’ingresso, dotata di intelligenza artificiale, gli chiede di pagare degli arretrati per accettare di aprirsi. Lo stesso gli accade con il frigorifero, la caffettiera e il wc. Dick non si sofferma a spiegarci come funzionino questi marchingegni ma è interessato a mostrarci quali effetti provochino nel tessuto smagliato della coscienza. Vale la pena qui ricordare come prosegue la vicenda. Joe Chip lavora per una società di “Inerziali”, gente capace di annullare i poteri dei telepati, o precognitivi[3], i quali, a loro volta, vengono utilizzati per scopi spionistici o criminali. Il più potente di questi telepati a un certo punto scompare dai radar e la squadra d’inerziali, coordinata dal nostro protagonista, deve unire le forze per dargli la caccia. L’inseguimento la costringe a partire per la luna, viaggio che si conclude con una tremenda esplosione che pare causare la morte del solo titolare della società, Glen Runciter, che a sua volta faceva parte della partita. Da questo momento e fino alla fine del libro, la squadra di Joe Chip si ritrova a vagare in una sorta di labirinto cubista, dove i conti non tornano mai e tutto sembra rapidamente deteriorarsi in una sorta di entropia accelerata[4]. A più riprese, i malcapitati vengono raggiunti da un messaggio vergato su banconote che stranamente riportano l’effige di Runciter e altre volte è scritto sugli specchi delle toilette pubbliche e che recita “Io sono vivo, voi siete morti”. Il lettore non fa che ricevere indizi contraddittori: Il sospetto che gli inerziali siano morti senza accorgersene e che Runciter, il solo superstite, stia disperatamente cercando di farglielo capire[5], si fa concreto ma è a sua volta oggetto di prove di segno opposto.
[2] Per esempio, il “Modulatore d’umore Penfield” o il “Test di Voigt-Kampff”, entrambi citati nel romanzo “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?”, da cui è stato tratto il film Blade Runner.
[3] Ritroviamo i precognitivi anche nel racconto del 1956 “Minority report” dal quale è stato tratto l’omonimo film con protagonista Tom Cruise.
[4] Questa entropia accelerata, nel romanzo, già citato in nota, da cui è tratto “Blade Runner”, verrà identificata, nella traduzione italiana, con il termine “palta”: l’abbandono e il progressivo disgregarsi delle cose intorno ai protagonisti che vivono in una San Francisco del dopo-bomba, anch’essa di dubbia o inconsistente realtà.
[5] La possibilità di comunicare con i morti, o meglio, con persone mantenute in uno stato di semi-vita, è tra i temi più affascinanti del romanzo. Detto per inciso, nel momento in cui scrivo apprendo la notizia che Tesla staccherà a favore di Elon Musk un bonus da 1.000.000.000.000 di dollari (mille miliardi. Ovvero, circa il 41% dell’intero PIL italiano). Mi chiedo se Musk li impiegherà per garantirsi l’immortalità, attraverso la criogenesi o un dickiano stato di semivita con possibilità di comunicare con i viventi.
Sospinti nell’assurdo dalla scrittura spigolosa di Dick scopriamo di vagare in qualcosa di molto diverso dai mondi distopici ai quali ci ha abituati il cinema, a partire da Metropolis. Siamo su un terreno scivolosissimo in cui i confini tra gli stati di coscienza si sono fatti evanescenti. Dove siamo finiti realmente? In un incubo dal quale prima o poi ci risveglieremo? In uno stato di coscienza che sta tra la vita e la morte? Siamo al di qua di una rivelazione fondamentale, tanto vicina quanto irraggiungibile? Ma le domande più inquietanti forse sono altre: la dimensione dell’assurdo che stiamo vivendo con Dick è meno reale di quella da cui crediamo di provenire e di poter ritornare? E se pensiamo che si tratti di un incubo, potrebbe giungere un giorno in cui esso ci apparirà come la normalità, come l’unica realtà possibile?
Con “Ubik” Dick sviluppa i temi centrali della sua poetica e della propria psiche tormentata. Ci sono i confini assai labili tra gli stati di coscienza, il fragilissimo telaio che regge quella che definiamo Realtà, la possibilità di non essere altro che le pedine di un gioco organizzato da un’entità malevola per scopi inesplicabili e, infine, l’impossibilità di uscire dal divenire per aggrapparci allo scoglio dell’oggettività. Tutto può capitare negli universi comunicanti di Dick e a tutto l’essere umano può abituarsi, purché restino in vita dei simulacri della cosiddetta normalità o di certezze sfuggenti ma condivise[6] .
Molti film sono stati tratti dalle opere di Philip K. Dick ma nessuno è stato in grado di dar conto del messaggio sottile e terrificante di questo grande anticipatore, un messaggio che oggi sembra parlarci della nostra realtà. Forse oggi Dick, se fosse vivo, si farebbe una crassa risata nel constatare che nel momento di “massimo splendore” del capitalismo, per il quale la proprietà privata è sacra, stia avvenendo la più colossale ingerenza nella privacy, di ogni singolo residente del pianeta, che si sia mai vista. Non siamo ancora alle porte con le quali occorra negoziare una transazione economica per poter uscire di casa ma, tranquilli, ci arriveremo.
Per inoltrarci nel mistero per cui le trasposizioni cinematografiche da Dick finiscano per apparire, ai suoi affezionati lettori, come delle banalizzazioni, rivolgiamoci a quell’oggettivo capolavoro del cinema chiamato “Blade Runner”, tratto da un’opera del nostro che si può considerare minore: “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?” In seguito ribattezzata, per ragioni di marketing, “Il cacciatore di androidi”.
[6] È il caso della religione chiamata “Mercerismo”, tema al centro del romanzo “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?”
Quella (splendidamente) narrata dal film è una vicenda tutto sommato lineare che vede il protagonista, Rick Deckard, dare la caccia ad androidi/replicanti di ultima generazione, illegalmente sbarcati sulla terra. A discapito della meraviglia di questo film, dei temi cari a Dick sopravvive una pallida eco. Potremmo riassumerli così:
- Gli androidi, dotati persino di ricordi innestati, pur essendo macchine, risultano più umani degli umani alienati che abitano ciò che resta di una Los Angeles post terza guerra mondiale.
- Vi sono androidi che non sanno di esserlo e pertanto si comportano esattamente come esseri umani, tanto che Deckard si innamora di una di loro.
- Si insinua nello spettatore il sospetto – e questo vale per il director’s cut, molto meno per la prima versione distribuita del film – che Deckard stesso sia un replicante.[7]
- Si intuisce vagamente che l’emigrazione su altri pianeti, vista come soluzione a tutti i mali, sia una pia illusione, così come lo è una speranza di salvezza che ci provenga dall’esterno.
Il romanzo, pur essendo assai meno convincente di Ubik, va molto oltre. Deckard è un personaggio talmente opaco da non riuscire a essere neppure un antieroe. È un residuato della classe media, che vive il simulacro di un matrimonio, tenuto in piedi grazie al “Modulatore d’umore Penfield”. Tra i tanti animali da compagnia elettrici, il suo massimo desiderio è acquistare un rarissimo animale vero. La prima picconata all’impressione di linearità, Dick la vibra quando l’avvenente androide, Pris, apostrofa John R. Isidore (nel film J. F. Sebastian) dicendogli di sfuggita che tutto quanto lui le ha raccontato circa il suo lavoro è puramente immaginario. Va qui notato che non poche pagine del libro sono dedicate per l’appunto a questo lavoro, che consta nel ritiro e consegna di animali elettrici per conto di una ditta di riparazioni.
La seconda picconata arriva quando, nel tentativo di catturare l’androide Luba Luft (nel Film Zhora Salome), Deckard viene arrestato da quelli che dovrebbero essere suoi colleghi poliziotti e condotto in un palazzo di giustizia di cui non ha mai sentito parlare. Anzi, durante il trasferimento gli viene rinfacciato che il palazzo della polizia della quale lui pretende di far parte, è vuoto e in stato di abbandono da decenni. Si tratta di un colpo di scena che dovrebbe minare alla base la linearità della vicenda. E invece che succede? Che tutto procede come se nulla fosse, un po’ come quelle persone che di fronte a un fatto inspiegabile tirano dritto grazie a un solido istinto di rimozione.
[7] Tra i ricordi innestati nei replicanti c’è il sogno di un unicorno. Il collega disprezzato di Deckard, Gaff, non fa che creare origami a forma di unicorno quando i due si trovano a indagare insieme.
La confusione tra androidi e umani è nel romanzo molto più accentuata, così come i metodi per scoprire i replicanti. Nel film si è stati costretti a inventare un motivo per il quale gli androidi siano giunti sulla terra e vadano quindi eliminati ed è il fatto che abbiamo una “vita a termine” di sei anni e che stiano disperatamente cercando il modo di farsela allungare. Nel romanzo di questa motivazione non c’è traccia e ci si chiede perché, dato che hanno appunto una vita a termine, vadano comunque eliminati da un killer specializzato. Infine, una serie di indizi, inseriti come a caso qua e là, mettono in forse persino l’esistenza reale del mondo in disfacimento in cui gli umani vivono o credono di vivere, ammesso e non concesso che si tratti di umani. Mentre il film termina con un lieto fine hollywoodiano, non a caso imposto dai produttori, il romanzo ci riserva una sorta di esperienza mistica di Deckart, un intricatissimo dialogo interiore che lo conduce a mettere in dubbio tutto e il contrario di tutto e un una riappacificazione con la moglie che ha il gusto di un’amara rassegnazione, la rassegnazione di chi torna a chiudersi in una squallida comfort zone che peraltro potrebbe essere una pura illusione.
Tutto questo conduce il lettore a due strane opzioni: da un lato può fare finta di niente, ignorare dissonanze e messaggi semi-subliminali e leggersi il libro come un mediocre romanzo di fantascienza. Dall’altro può chiedersi che diavolo stia leggendo e se l’autore stia tentando, seppure in maniera un po’ goffa, di spiegargli che i confini tra macchine ed esseri umani, tra mondo ed extra-mondo, tra la realtà e il suo simulacro (tenuto in piedi chissà da chi e per chissà quali oscure ragioni) siano di fatto inesistenti. Quanto all’atmosfera generale, tanto è intrigante e, per così dire, scintillante la cupezza del film, tanto è depressa e squallida quella del romanzo.
Un’opera minore di Dick, mi sono permesso di affermare. La differenza con “Ubik” risiede proprio nelle due opzioni di lettura cui abbiamo accennato. Se “Anche gli androidi…” concede al lettore la possibilità di pensare che stia leggendo un semplice libro di fantascienza, “Ubik” non offre alternative e non da scampo: o ci si inoltra nel suo labirinto o non ci si presenta neppure all’entrata. Esattamente ciò che afferma Emmanuel Carrère nella prefazione a una recente edizione: vi trovate sulla soglia del libro. Il libro di un uomo che ha visto Dio? Il libro di un uomo cui gli psicofarmaci hanno fulminato il cervello? In ogni caso, varcare questa soglia equivale ad avventurarvi in un territorio dove non siete mai stati. Non avete idea di quello che vi attende. (…) Se avete paura, avete ragione di averne. Coraggio adesso. Entrate.
Nella nostra vita sperimentiamo tutti delle esperienze che possiamo definire non lineari, intendendo con ciò esperienze non ordinatamente disposte sulla linea del tempo, dense di elementi legati da un rapporto causa-effetto oscuro e nascosto. La scienza ci dice, per esempio, che i sogni durano pochi minuti eppure a noi, soprattutto se si tratta di sogni disturbanti, pare di vivere vicende intricate, lunghe come dei film. Il subconscio, un abisso in gran parte al di fuori del nostro controllo, emerge a volte causando fenomeni controintuitivi. Gran parte dei romanzi di Dick si presentano, o vogliono presentarsi, proprio così, lasciando il lettore nell’incertezza se stia leggendo di una realtà coerentemente costruita o se stia vivendo un sogno che prende vita nel momento stesso in cui legge: una dimensione non lineare.
Viene infine da chiedersi se lo stesso genere “fantascienza” – nel quale Dick sceglie di imprigionarsi, soprattutto per mettere insieme il pranzo con la cena – non sia che un utile veicolo linguistico per cercare di tradurre in parole l’ineffabile sostanza dell’incubo.
Tornando ai film, ci troviamo di fronte a un paradosso: quelli che hanno saputo restituire, almeno in parte, il più puro Dick, non sono i film direttamente tratti dalle sue opere.
Un breve elenco, sicuramente incompleto, potrebbe essere questo:
- Solaris – di Andrej Tarkovskij, 1972. “Venduto” in occidente come la risposta sovietica a “2001 odissea nelle spazio”, il film è una trasposizione fedele del romanzo omonimo dello scrittore polacco Stanislaw Lem. La fantascienza come veicolo per restituire un messaggio universale: la realtà come prodotto della coscienza.
- Underground – di Emir Kusturica, 1995. Uno dei pochi film capaci di trasmettere la percezione profonda della guerra, attraverso una narrazione non-lineare, dove i piani di realtà e gli strati temporali si confondono.
- The Truman Show – di Peter Weir, 1998. In questo caso il riferimento è palese al romanzo di Dick “Tempo fuor di sesto”.
- The Matrix – di L. e L. Wachowsky, 1999. In fin dei conti un film d’azione, con non poche scene ai limiti del ridicolo e una spruzzata di spiritualità, ma anche denso di temi dickiani.
- Eternal Sunshine of the spotless mind – di Michel Gondry, 2004. Qui parliamo di un capolavoro, il cui titolo è stato orribilmente tradotto in Se mi lasci ti cancello.
- Nirvana – di Gabriele Salvatores, 1997. Un film italiano ingiustamente dimenticato, tra i migliori di Salvatores. Si potrebbe liquidarlo come un Blade Runnner de noantri, invece tenta coraggiosamente di restituire visioni molto dickiane.
- Parlando di realtà manipolabile, di soggettività della percezione e coscienza che crea la realtà, citerei anche l’opera nel suo complesso del regista Terrence Malick.
- Infine, per la capacità di fare cinema con il linguaggio degli incubi – e dunque un cinema “non lineare” alla Dick – concluderei con due opere di David Linch: “Eraserhead” e la serie “Twin Peaks” (ma ce ne sarebbero altre).
Il romanzo di cui abbiamo parlato estesamente, Ubik, non è mai stato oggetto di trasposizione cinematografica. A più riprese, diverse società di produzione ne hanno acquisiti i diritti e il regista che è andato più vicino a trarne un film è stato Michel Gondry, senza però riuscire a scrivere, o a farsi scrivere, una sceneggiatura che lo soddisfacesse.
Mi piace pensare che questo romanzo non sia in alcun modo traducibile nel linguaggio del cinema. Può capitare che anche Hollywood si arrenda.
Autore: Alberto Osella






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