La domanda su quale sia il senso della vita e se esista un finalismo è antica, ricorrente e propria di tante branche del sapere umano: la filosofia, la religione, la psicologia, la scienza, ecc. Ognuna di queste vie o forme espressive ha dato risposte molto diverse fra di loro. Se torniamo ai tempi dell’antica Grecia, Platone scriveva: «Una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta». La filosofia ellenistica legava il senso della vita ed il suo apprendimento agli esercizi spirituali: «imparare a vivere».
Per gli stoici, ed in particolare Zenone di Cizio «Lo scopo della vita è di vivere in accordo con la natura». C’è poi la visione edonistica che vuole conseguire invece o il benessere immediato e attuale o la cessazione del dolore. Ci sono due vie, quella dei cirenaici, “piacere cinetico“, e quella epicurea, il “piacere catastematico“. Ovvero il piacere stabile, duraturo inteso più come cessazione, privazione del dolore che come conseguimento di un benessere. Andando molto più avanti, nell’epoca moderna l’esistenzialismo indaga la problematicità del senso della vita, soprattutto in relazione al nichilismo. Kierkegaard afferma «Chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di fuori dell’individuo, o è nell’individuo, ma in modo da non essere posta per opera dell’individuo stesso». Kant criticò aspramente la visione edonistica come ricerca del piacere. Nella sua etica formale rifiutò che a una vita morale potesse associarsi la ricerca del piacere o di qualsiasi altro bene materiale. Questo, infatti, renderebbe il comando (l’imperativo) morale ipotetico, cioè subordinato a fini esterni a quelli del conseguimento del bene per il bene, e non categorico, come dev’essere.
Le idee filosofiche su cosa sia la felicità sono così tante che è difficile parlare di tutte. Viene poi il punto di vista psicologico e della psicanalisi. In tale ambito, il senso della vita è legato alla capacità di vivere consapevolmente la propria vita, accettando sé stessi e la propria natura, quindi l’accettazione dei propri limiti e la ricerca in questo quadro di uno scopo. Un percorso di crescita individuale, la ricerca dell’armonia interiore, e l’accettazione che la nostra vita sia un semplice passaggio che si conclude con la morte. In particolare, il rapporto con la morte, che fornisce bellezza alla vita, è il punto di vista junghiano, che indica il raggiungimento della pienezza vivendo le potenzialità personali. L’anima e la sua ricerca insieme alla ricerca del proprio Io col quale costruire un profondo legame sono l’altro aspetto della visione di Jung, che scriveva a Freud: «…In questi oscuri paesi si trovano cose sorprendenti…Mi lasci guazzare senza preoccupazioni, la prego, in questa infinità. Ne riporterò ricche spoglie ai fini della conoscenza dell’anima umana. Devo inebriarmi per un certo periodo di profumi magici per poter capire quali segreti cela l’inconscio nei suoi abissi». Il punto di vista freudiano è molto diverso. Per lui, la vita umana è guidata dalle pulsioni, la libido, ed è fondamentale il principio del piacere. La vita prende senso nel lavoro e nella capacità di vivere nel contesto sociale.
La religione, ed in particolare le religioni abramitiche, si sono proposte come le uniche depositarie del senso della vita accaparrandosi questo concetto quasi con la forza. In tali religioni, il senso della vita risiede nel rapporto con il Dio unico creatore, attraverso la sottomissione alla Sua volontà, la pratica dell’amore, della giustizia, della misericordia e l’adesione ai comandamenti divini. Esiste una teleologia, una finalità ultima in questa visione del mondo: raggiungere la vita eterna e contribuire alla creazione di un mondo giusto e perfezionato sulla terra.
Questi punti di vista molto diversi di cosa sia il senso della vita sono stati completamente mandato in pezzi dalla biologia e dalla teoria dell’evoluzione, in particolare l’idea di un Dio buono che abbia creato tutto pensando i minimi dettagli. Nel 1672, il famoso filosofo e matematico Gottfried Leibnitz si recò a Parigi per un incarico diplomatico presto abbandonato. A Parigi strinse amicizia con due grandi filosofi: Antoine Arnaud e Nicolas Melabranche, ed i tre si dedicarono a discutere del famoso problema del “male nel mondo”, ancor oggi aperto. In altre parole: perché nel mondo esiste il male e la sofferenza, se il mondo è stato creato da un Dio onnipotente, infinitamente buono, saggio ecc. ecc.
Presto, si aprì un dibattito tra tutti gli intellettuali d’Europa. Nel corso di questo dibattito Leibnitz asserì che il mondo creato deve essere «il migliore di tutti i mondi possibili». Per lui, Dio, nella sua infinita saggezza, aveva fatto tutti i calcoli necessari, scegliendo il migliore tra gli infiniti mondi possibili. Da questo di vista anche la sofferenza, per quanto crudele, doveva essere un male minore, necessario al bene superiore. Questa concezione fu sbeffeggiata da Marie de Voltaire nella sua opera Candido, o l’ottimismo. Il giovane Candido, cacciato da un castello in Westfalia, affronta una serie di rocambolesche avventure in tutto il mondo, spesso in compagnia del suo precettore, il dottor Pangloss, uomo di incrollabile ottimismo. Nel libro si legge:
Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologo-nigologia [la dottrina filosofica secondo la quale il mondo è “il migliore dei mondi possibili”]. Provava egli a maraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
– È dimostrato, diceva egli, che le cose non posson essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portan gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre son state formate per tagliarle e farne
dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che
tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo.
Ancora più concretamente, Charles Darwin scrisse: «Non riesco a convincermi che un Dio buono e onnipotente abbia potuto creare gli icneumonidi facendo deliberatamente in modo che si nutrissero del corpo dei bruchi ancora vivi». E gli icneumonidi (vespe) non sono i soli imenotteri che hanno questa macabra abitudine. Ci sono anche gli sfecidi, che introducono con precisione il pungiglione in ogni ganglio del sistema nervoso centrale della preda per paralizzarla, senza tuttavia ucciderla. In questo modo la carne si conserva fresca per la larva che nascerà.
Nella nostra visione del mondo è fortemente radicata la finalità. Ci chiediamo continuamente perché una certa cosa è stata fatta, quale sia la sua finalità. E fra tutti gli oggetti, gli esseri viventi sembrano sorgente di finalità. Per Tommaso d’Aquino e William Paley gli esseri viventi portano in sé la finalità. È ben nota la storia di Paley del sasso, dell’orologio e dell’orologiaio.
«Nell’attraversare una brughiera, supponi io sbattessi il piede contro una pietra, e mi venisse chiesto come essa fosse venuta a essere proprio lì’; potrei con tutta probabilità rispondere che, fino a prova contraria, fosse lì da sempre: ne sarebbe forse molto facile dimostrare l’assurdità di questa risposta. Ma supponi anche che trovassi per terra un orologio, e mi venisse posta la stessa domanda; dovrei praticamente riprendere in considerazione la risposta appena fornita per la pietra, allo stesso modo, fino a prova contraria, l’orologio avrebbe potuto essere lì anche da sempre. (…) Dev’essere esistito, in qualche tempo, e in questo o quel posto, un artefice, o più, a mettere assieme i pezzi dell’orologio comunque, a fabbricarlo, per lo scopo al quale effettivamente vogliamo risponda; egli, o essi, hanno compreso la sua costruzione, e progettato il suo uso. (…) Ogni indicazione di ingegnosità, ogni manifestazione di disegno che esistessero nell’orologio, esistono nelle opere della natura; con la differenza, da parte della natura, di essere più grandi e migliori ancora, e in numero incalcolabile.»
Quindi se un oggetto relativamente semplice come un orologio postula un orologiaio, allora le creature viventi, che sono tanto più complesse, devono per forza essere state create da Dio. Questo implica che esiste un finalismo degli esseri viventi. Ora, l’evoluzione ha mostrato che questo finalismo è apparente, e questa illusione di un progetto finalistico e della vita che tenda a qualcosa è dovuta alla selezione naturale introdotta da Darwin. In breve, Darwin comprese che gli esseri viventi esistono perché i caratteri dei loro antenati permisero loro di prosperare, mentre gli individui privi di questi caratteri non sopravvissero oppure lasciarono pochi discendenti. Un individuo non cosciente di questo è portato automaticamente a pensare che esista un finalismo nella vita e nel mondo. Se con Richard Dawkins si analizza la vita in termini di una funzione di utilità, ossia le grandezze ed i parametri che vengono resi massimi in un sistema, la finalità dell’esistenza può apparire, se non guardata nei termini corretti, come contraddittoria. Se consideriamo due specie in lotta per la sopravvivenza come gazzelle e ghepardi noteremmo come dice Dawkins che
«le zanne, gli artigli, gli occhi, il naso, i muscoli delle zampe, la colonna vertebrale e il cervello di un ghepardo sono proprio quelli che dovrebbero essere se lo scopo di Dio nel progettare questo animale fosse stato quello di rendere massimo il numero di gazzelle predate. Viceversa, se applichiamo l’ingegneria inversa a una gazzella, scopriamo prove altrettanto evidenti di un progetto che mira allo scopo esattamente contrario: far sopravvivere le gazzelle e far morire di fame i ghepardi. È come se i ghepardi fossero stati progettati da un dio e le gazzelle da un dio rivale».
Questa apparente contraddizione viene smontata quando ci si rende conto che la vera funzione di utilità della vita, è la sopravvivenza del DNA. Le sequenze geniche del DNA, nel corpo del ghepardo massimizzano la sua sopravvivenza facendo sì che il corpo del ghepardo uccida le gazzelle e quindi sopravviva. L’opposto accade nelle sequenze geniche del DNA nel corpo delle gazzelle. Queste massimizzano la probabilità di sopravvivenza delle gazzelle. La finalità della gazzella e del ghepardo è la stessa, ossia la sopravvivenza del DNA e come conseguenza la loro stessa sopravvivenza. Ora questa ricetta naturale, la massimizzazione della sopravvivenza del DNA, non è certo una ricetta per la felicità, perché quello che importa è solo la trasmissione del DNA e non la sofferenza degli esseri viventi. Tornando all’esempio degli icneumonidi (vespe) che Darwin considerava, per i geni della vespa è meglio che il bruco sia vivo e non morto quando viene mangiato dall’interno. La carne del bruco è migliore quando esso è vivo. La natura non è interessata alla sofferenza, ma solo alla sopravvivenza del DNA. Non lo siamo neanche noi quando uccidiamo altri esseri viventi per poterci cibare o per semplice piacere, ad esempio nella caccia. Non siamo interessati alle loro sofferenze.
Come Dawkins molto vividamente descrive la situazione
«Il dolore che ogni anno provano gli organismi viventi di tutto il pianeta supera ogni possibile immaginazione. Nel minuto che mi occorre per scrivere questa frase, migliaia di animali vengono mangiati vivi, altri fuggono gemendo di terrore per salvarsi la vita, altri vengono lentamente scarnificati dai loro parassiti interni. Migliaia di esseri di ogni sorta muoiono di fame, di sete e di malattie. Così dev’essere. Se mai capita un periodo di abbondanza, subito la popolazione aumenta finché non si ripristina lo stato naturale di penuria e di tribolazione. In questo universo di elettroni e di geni egoisti, di cieche forze fisiche e di replicazione genetica, alcune persone soffrono, altre sono fortunate, e in tutto ciò non si troverà mai alcun senso, alcuna ragione, alcuna giustizia. L’universo che noi contempliamo ha esattamente le proprietà che ci aspetteremmo se, alla base, non vi fosse alcun progetto, alcuna finalità, se non vi fossero né il bene né il male, null’altro che crudele indifferenza.»
L’evoluzione ci mette davanti ad un mondo senza pietà o meglio indifferente alle sorti degli esseri viventi. Ciò che conta è preservare il DNA e con esso la stessa specie. Un mondo siffatto è privo di finalità, anche se ai nostri occhi di umani esso sembra essere stato costruito per uno scopo. Se esiste un Dio, sembra tenersi in disparte, guardare quello che accade nella natura con occhio indifferente. Qual è il senso della vita allora? Certamente la visione religiosa di un Dio buono che ha creato l’Universo, che lo fa andare avanti e che dopo questa vita ce ne aspetta un’altra è una visione fanciullesca da dimenticare. Forse, se nella vita si può trovare una finalità essa è semplicemente una ripetizione ad libitum della riproduzione finalizzata all’evoluzione. A cosa questa evoluzione senza fine debba portare non è chiaro.
Autore: Antonino Del Popolo






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