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La “Sconfitta di Sennacherib” di Tanzio da Varallo, una “Guernica” del ‘600

da | 27 Gen, 26 | Scienze Umane |

Allo scrittore Giovanni Testori si deve la riscoperta del periodo artistico passato alla storia come “Seicento Lombardo”: un gruppo di pittori, attivi tra Lombardia e Piemonte, in bilico tra manierismo e barocco. Le loro caratteristiche distintive: una marcata influenza nordica – già rintracciabile nel grande predecessore, Gaudenzio Ferrari – quella di Caravaggio, soprattutto nell’uso della luce e, sul piano della comunicazione, la stretta adesione alle istanze della controriforma. Non manca una cupezza di fondo, legata in parte alla ricorrente minaccia della peste. “Pittori pestanti”, li definiva infatti Testori. Le loro rappresentazioni, tuttavia, non mostrano gli effetti devastanti dell’epidemia ma evocano la necessità di ritrovare un contatto con Dio attraverso un passaggio doloroso dalle tenebre alla luce. Ciò equivaleva a mettere su tela il messaggio del “Memoriale ai Milanesi”, pronunciato da Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, in seguito all’estinguersi della peste del 1576. Le pagine più liriche dei suoi saggi critici Testori le dedicò a Tanzio da Varallo, al secolo Antonio d’Enrico. Pur includendolo nel gruppo ne intravedeva una posizione defilata e di grande fascinazione. Un particolare del suo “David con la testa di Golia” figurava sulla copertina del catalogo della grande mostra sul Seicento Lombardo di Palazzo Reale a Milano (1973), che vide lo scrittore coinvolto in prima persona.

Tanzio era nato ad Alagna, in Valsesia, intorno al 1580. Era di origine Walser. La sua lingua naturale era il Titsch (o Töitschu), il dialetto tedesco parlato dalle genti migrate tra XIII e XIV secolo in Valsesia, nell’Ossola e in Valle d’Aosta dall’alto Vallese svizzero. La Valsesia del suo tempo era parte del ducato di Milano, allora sotto la dominazione spagnola.

Proveniva da una famiglia di artisti. Il fratello Giovanni, plasticatore e architetto, sarà il maggiore artefice dello sviluppo finale del Sacro Monte di Varallo, la “Gerusalemme alpina”.

Grazie all’appoggio dei Francescani, Tanzio poté partire per un viaggio di studio a Roma che si trasformerà in una decennale peregrinazione tra la città dei papi, Napoli e l’Abruzzo. Fu allora che poté studiare le opere di Caravaggio e interiorizzarne la lezione[1].

Tornato il Valsesia, venne coinvolto dal fratello nella fabbrica del Sacro Monte. Dal lavoro in comune presero vita le cappelle di maggiore impatto emotivo, con quella vertiginosa continuità tra affreschi (Tanzio) e statue (Giovanni) che nella disperata ricerca dell’illusione del movimento sembra prefigurare il cinema.

Parallelamente Tanzio eseguiva numerose tele per le chiese. Non doveva essere un grande venditore di sé stesso: pur essendo ormai un maestro riconosciuto le sue opere, almeno all’inizio, furono destinate a chiese sperdute, perlopiù nella sua terra d’origine. Tuttavia, è da queste che emergono con maggiore impeto i tratti della sua poetica: un totale naturalismo nel ritrarre i personaggi, a volte in contrasto con una natura appena accennata, riassunta e decisamente arcigna. Non manca l’allineamento ai temi classici dell’arte sacra ma con una tensione nei volti e nei gesti che denuncia un tormento interiore, un fervore sofferto. Un chiaro esempio è la sua “Processione del Santo Chiodo” per la parrocchiale di Cellio, villaggio collinare in vista dello spartiacque che separa la Valsesia dal lago d’Orta. La tela fa riferimento alla processione voluta da Carlo Borromeo nel 1576 per invocare la cessazione della peste a Milano, cosa che sorprendentemente avvenne[2]. Un tema che altri avevano rappresentato con toni quasi trionfalistici e composizioni che mostravano il dispiegarsi della processione in pompa magna per le vie della città. Quella di Tanzio è una messa in scena agghiacciante: uno sparuto raduno di spettri nel buio. Carlo ha lo sguardo fisso sulla croce mentre in alto si intuisce un tenue barlume di luce che tenta con scarso successo di bucare le tenebre.

È il primo caso in cui l’artista sembra esprimere una posizione quantomeno problematica al cospetto dell’onnipresente e ingombrante figura di Carlo Borromeo.


[1] È storicamente accertato che a Roma Tanzio si fece le ossa nella grande bottega di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, la stessa in cui aveva esordito il giovane Caravaggio. A seconda delle diverse interpretazioni degli storici dell’arte, la figura di Tanzio resta in bilico tra il Seicento lombardo e i caravaggeschi della prima ora.
[2] Si tratta dell’epidemia di peste che precedette quella ben più devastante del 1630, quest’ultima rievocata da Manzoni ne “I promessi sposi” e nella “Colonna Infame”.

Tanzio da Varallo, bozzetto per “La Sconfitta di Sennacherib” – Novara, Palazzo Bellini – foto dell’autore

La trascrizione del “Memoriale ai milanesi” del futuro San Carlo è giunta fino a noi e include passi di alta poesia. La provvidenza può raggiungere l’uomo quando questi sia in grado di aprire il proprio cuore a Dio. Ma prima il cuore va purificato, svuotato dalle passioni che lo distraggono dalla via verso la salvezza. La peste è il castigo che si abbatte su una città che pensa unicamente ai commerci, ai guadagni, al proprio tornaconto personale. La lezione è durissima ma, se compresa, lascerà cuori rinnovati, pronti ad accogliere Dio.

I tempi che seguirono alla peste del 1576 e alla vita di Carlo Borromeo non furono precisamente sereni, a dispetto dell’azione purificatrice dell’epidemia. Il secolo che si annunciava, il Seicento, non appariva meno minaccioso del precedente. La peste poteva far ritorno da un momento all’altro, così come la carestia[3]. Nelle valli alpine, ma anche in città, non si estinguevano i roghi delle streghe. E infine la guerra. Nel 1628 scoppiava quella di successione di Mantova e del Monferrato con lo scontro tra Spagna e Francia. È la guerra che vide i mercenari tedeschi, i famigerati lanzichenecchi, percorrere il territorio lombardo portando la devastazione e la peste.

A mano a mano che ci si avvicinava alla tempesta perfetta – il presentarsi quasi in contemporanea di carestia, guerra e peste – è probabile che Tanzio, artista e uomo sensibile, abbia iniziato a porsi domande che possiamo solo immaginare. Per esempio, quante “azioni divine purificatrici” fossero necessarie perché la gente potesse essere lasciata in pace and aprire il proprio cuore a Dio. O, ancora, perché per i peccati dei grandi dovessero pagare soprattutto i piccoli e gli innocenti.


[3] La peste del 1630 fu preceduta da una terribile carestia i cui effetti a Milano sono descritti con crudezza da Giuseppe Ripamonti ne “La peste di Milano del 1630”.

Tanzio da Varallo, bozzetto per “La Sconfitta di Sennacherib” – Novara, Palazzo Bellini – foto dell’autore

Nel 1627 il maggiorente Ottavio Nazari commissionava la decorazione della cappella dell’Angelo Custode, la prima della navata di sinistra della grande basilica di San Gaudenzio a Novara.

La scelta cadde su Tanzio che nel frattempo aveva finalmente ottenuto commissioni di rilievo a Milano. Il compito, oltre a prevedere gli affreschi, richiedeva l’esecuzione di una grande tela da collocare sulla parete di sinistra. La dimensione dell’opera ultimata sarà di 5,70 mt in altezza per 2,60 in larghezza.

La sconfitta dell’esercito assiro di Sennacherib, che si apprestava ad assediare Gerusalemme, era e resta un soggetto inconsueto nel contesto dell’arte sacra, che così viene narrato nell’Antico Testamento (Secondo libro dei re – 19, 32-36):

“Perciò così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi né costruirà contro di essa opere d’assedio. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo.

In quella notte l’angelo del Signore scese e percosse nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, quelli erano tutti cadaveri. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, fece ritorno e rimase a Ninive.”

L’interpretazione di questo passo, in cui la Bibbia fornisce un numero tanto preciso di morti, indica in un’improvvisa epidemia la causa del tracollo dell’esercito assiro. È da notare che l’opera di Tanzio passerà alla storia con tre diversi titoli: “La sconfitta di Sennacherib”, “La battaglia di Sennacherib” e, infine, “Sennacherib sconfitto dall’angelo”. L’ultimo sembra voler stabilire un nesso con l’Angelo Custode cui la cappella è dedicata. Ma l’angelo della Bibbia, e di Tanzio, più che custode è sterminatore.

Tanzio da Varallo, bozzetto per “La Sconfitta di Sennacherib” – Novara, Palazzo Bellini – foto dell’autore

Tanzio si mise al lavoro nel 1628, quando la tempesta perfetta stava ormai per investire il ducato. Vuoi per la particolarità del soggetto, vuoi perché i committenti non si fidavano del tutto di quel maestro un po’ periferico, gli venne chiesto di eseguire un bozzetto monocromo, in scala ridotta ma comunque di grandi dimensioni. Una gran fortuna perché è giunto fino a noi e non è meno impressionante dell’opera compiuta (le immagini riportate in questo articolo si riferiscono perlappunto al bozzetto e sono dell’autore).

Se è vero quanto messo in rilievo in precedenza – i tormenti interiori di Tanzio, la sua fatica ad accettare la realtà – egli infuse tutto questo nella grande tela che trecentotrenta anni dopo folgorerà Testori e non solo. È infatti con il Sennacherib che Tanzio devia in modo irreversibile dalla via imboccata dagli altri “pestanti”, mostrandosi ben più orientato al tragico che non al teologico. Nella sua rappresentazione non c’è nessuna grazia post-castigo, nessun cuore che si apre a Dio e men che meno una salvezza. C’è solo l’orrore del castigo nel momento in cui piomba sugli uomini. E noi siamo costretti a guardare. Buona parte della tela è occupata da tenebre attraversate da nuvole cariche di tempesta. A malapena si riesce a distinguere una torre su uno sperone di roccia.  Da uno squarcio luminoso fa irruzione l’angelo sterminatore in assetto da guerra. Quelli alla base della tela sarebbero guerrieri ma nell’insieme costituiscono più che altro un ammasso di carne, dove gambe, braccia, muscoli, bocche aperte in un gemito o un urlo si intrecciano e si accavallano. Di spade e scudi, il corredo di un esercito, se ne vedono ma a reggerli sono larve, corpi scarnificati. Un soldato si torce per alzare lo scudo e ripararsi, o riparare lo stesso Sennacherib, da un raggio mortale: gesto di rara bellezza ma tentativo risibile: un po’ come raggomitolarsi sotto a un tavolo nel caso di un’esplosione nucleare. Nel mucchio, non meno tragica è la presenza di un cavallo sfinito sul cui dorso è appiattito un essere che pare da molto essere già cadavere. Fame, peste, guerra: la tempesta perfetta era arrivata e Tanzio l’aveva dipinta.

Tanzio da Varallo, bozzetto per “La Sconfitta di Sennacherib” – Novara, Palazzo Bellini – foto dell’autore

Credo che oggi quest’opera torni a parlarci, così come “Guernica” di Picasso, ispirato da un episodio atroce della guerra civile spagnola, parlerà al mondo facendo presagire gli orrori di una nuova tempesta perfetta: la Seconda guerra mondiale. L’equilibrio trovato dopo la fine di quest’ultima si è retto per decenni su alcune certezze: il ripudio della guerra, la cooperazione tra i popoli, la nascita di organismi sovrannazionali. Ora tutto questo sembra disgregarsi. Siamo di nuovo pronti a sdoganare il diritto del più forte, le guerre giuste, gli omicidi mirati, il Deus lo vult, gli spazi vitali e i destini manifesti. Che si tratti di conflitti remoti o che ci lambiscono, non vi assistiamo se non attraverso la mediazione di un’informazione deformata da ideologie e opinioni.

Certo il numero dei morti è sempre impressionante ma non ci è consentito guardare nel momento in cui le cose accadono: l’effetto collaterale di un bombardamento mirato, l’esecuzione sommaria, i corpi che bruciano di uomini, donne e bambini. Opere come il Sennacherib e Guernica ci dicono che dovremmo avere il coraggio di guardare l’orrore fino in fondo prima di emettere un qualsiasi giudizio. E se questo non fosse possibile, allora è meglio il silenzio.


Informazioni utili

Dove incontrare Tanzio da Varallo

  • Varallo, la piccola capitale della Valsesia, è il luogo principale in cui incontrare Tanzio. La Pinacoteca, la seconda per importanza del Piemonte, conserva alcune delle principali opere da cavalletto, tra cui le due versioni del “David con la testa di Golia” e lo splendido “Sant’Antonio da Padova”. Inevitabile salire al Sacro monte: quello di Varallo è la matrice di tutti i Sacri Monti prealpini, oggi sotto la tutela dall’UNESCO. Le cappelle che videro i fratelli d’Enrico lavorare insieme sono la XXVII, XXVIII e XXXIV.
  • La Pinacoteca di Brera a Milano conserva tre opere di Tanzio: il ritratto di un nobiluomo, quello di una nobildonna e il piccolo quadro che rappresenta l’eccidio dei frati francescani a Nagasaki, in Giappone.
  • La “Sconfitta di Sennacherib” è ancora al suo posto nella prima cappella di sinistra della basilica di San Gaudenzio, in centro a Novara. Necessiterebbe di una migliore illuminazione e forse di un restauro. Il bozzetto monocromo è proprietà del Banco BPM e si trova esposto a Palazzo Bellini, sede storica della Banca Popolare di Novara (oggi Banco BPM), a due passi dalla basilica. Peccato che il palazzo venga aperto al pubblico solo pochissimi giorni all’anno. Trovo triste che le due opere non vengano riunite o almeno rese entrambe liberamente fruibili.

Per quanto riguarda la pubblicistica: due cataloghi di mostre e un libro-strenna, tuttora reperibili nelle librerie antiquarie e on line.

  • Catalogo in tre volumi della mostra “Il Seicento Lombardo” – Electa, 1973
  • Catalogo della mostra “Tanzio da Varallo, realismo, fervore e contemplazione in un pittore del Seicento” – Federico Motta Editore, 2000
  • Giovanni Testori: “Elogio dell’arte novarese” – Banca Popolare di Novara, 1962

Al link seguente, un contributo filmato: Giovanni Testori parla della mostra “Il Seicento lombardo” e in particolare della “Sconfitta di Sennacherib”: https://www.youtube.com/watch?v=H8h6R9hyJzg

Autore: Alberto Osella

Autore

  • Alberto Osella è nato a Torino nel 1959 e vive a Milano. Ha iniziato la sua carriera a Rete4, sotto la gestione Mondadori, e ha poi aperto la propria casa di produzione cinetelevisiva. Negli anni ha prodotto film per il cinema, pubblicità ma soprattutto documentari, dei quali è stato sovente autore e regista. Negli anni più recenti ha operato soprattutto nel campo del documentario e dei sistemi audiovisivi per l’arte, sia per la televisione sia per grandi mostre monografiche. Per Editoriale Delfino ha firmato, con Marco Giammarchi, “Spiegami la fisica, dialoghi in pausa pranzo”.

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