No se ve la Cruz del Sur
En la noche de tormenta
Hay que mirar dentro de uno
Para encontrarla a la huella.
Non si vede la Croce del Sud
Nella notte di tormenta
Occorre guardare dentro di sé
Per trovarne la traccia
(Atahualpa Yupanqui)
L’auto non è adatta al “ripio”, allo sterrato che capita spesso lungo lo svolgersi della strada infinita, della Ruta 40. Ma da stamattina prosegue coraggiosa nel sole violento della Pampa Amarilla. L’Argentina lontana dalle città, nei suoi spazi, nei suoi cespugli e nella sua polvere. L’Argentina nei suoi deserti.
Arriva una zona di terra vulcanica, un piccolo e profondo canyon nero, come un crudele crepaccio nella terra. Poi la strada ci regala una lunga sinfonia di asfalto liscio e scorrevole. Il sole si abbassa dietro la montagna mentre appare un piccolo gruppetto di case malconce.
Las Lajas è un villaggio 400 kilometri dopo la nostra partenza, ed è sosta per la cena. In cielo sfavilla la luna della prima notte… la sua falce e l’ombra nera nella luce cinerea. La sagoma gialla che si completa con quel disco nero, mentre riprendiamo la nostra corsa in macchina. Verso la strada del Passo, il valico del Pino Hachado. Dove svolteremo a sinistra, diretti alla nostra prenotazione nella zona lacustre di Villa Pehunia.
Ma la notte è ormai avanzata, i molti kilometri di sterrato ci hanno rallentato; arriviamo solo alle 11 di sera al bivio del Pino Hachado con la luna ormai tramontata. È buio pesto e quasi non vediamo quella svolta a sinistra verso la nostra destinazione. È il bivio dove lasciamo la strada del Passo per prendere la 23. Ma è un’altra strada sterrata; un vecchio cartello malconcio e povero che compare nei fari dell’auto ci dà un’informazione angosciante: mancano ancora 39 kilometri.
Trentanove kilometri di ripio nella notte, con i soli fari dell’auto, e con la paura che un sasso danneggi una gomma. Gli occhi incollati al parabrezza mentre avanziamo nel buio e nella polvere. Senza mai incontrare altre auto, senza incontrare nessuno nella notte fresca, ormai fredda, di Patagonia.
E poi arriva il momento di pausa per noi, per due uomini stanchi – fermiamo e usciamo dalla macchina nel rituale della pipì fatta nell’erba. Spegniamo il motore ma i fari rimangono accesi ancora per qualche secondo di timer. Il rumore del liquido che tocca il terreno, e mi viene in mente il “Simposio” di Milan Kundera: la pipì come contatto tra il corpo e la terra, dall’interiorità del corpo all’erba. C’è qualcosa di universale, forse di eterno, nel fare la pipì sul terreno, così come la facevo da piccolo nella campagna bresciana. È in fondo una promessa, la promessa di ritornare alla terra da cui sono venuto – una promessa ora ben più vicina di quando ero bambino.
Improvvisamente, il timer spegne i fari dell’auto. Il buio, eccolo il buio. Ma in quel preciso attimo il tempo si ferma. Si ferma per noi e ci accorgiamo che non siamo soli. Perché migliaia e migliaia di luci sono con noi. Perché non c’è il buio e tutto l’Universo ci guarda dall’alto.
Sono le luci delle stelle di Patagonia, a migliaia, a milioni in un cielo terso come un diamante. Potenti, sconosciute, nell’aria fredda. Le stelle del cielo australe – il cielo sconosciuto. Non si vede la Croce del Sud in una notte di tormenta, ma stanotte le stelle ci sono tutte. Anche se io non mi oriento sotto la volta di cristallo, anche se io non conosco quei disegni di luce fiammanti e disordinati, come segnali incomprensibili di Dei lontani. L’animo attraversato dai tanti spilli luminosi del cielo prova un piacevole brivido nel vedere un piccolo grande dettaglio verso Nord. Il volto di un amico in una folla di sconosciuti, il volto di Rigel, di Betelgeuse, di Bellatrix. È la bellezza di Orione e, poco distante, la presenza bianca di Sirio. Della nostra Sirio, vicino a Saiph.
Le stelle di Patagonia bellissime, ti perforano, ti penetrano negli occhi e nel cuore. Ti guardano dentro, attraversano la tua scorza di adulto nell’aria della notte e ti restituiscono allo stupore di quando eri un fanciullo.
Ma è un istante breve, il vento è freddo e dobbiamo riprendere la nostra corsa nella polvere. Mentre torniamo alla macchina lo sguardo è sfiorato da quell’ombra familiare infinita, che ci accompagna sempre dall’altro lato del cielo. La grande ombra nera che chiude l’orizzonte alla fine delle stelle. Lontana. Irraggiungibile, altissima. Quasi metafisica. La Cordigliera delle Ande.
Autore: Marco Giammarchi







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