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L’utopia possibile

da | 5 Nov, 25 | Filosofia |

Premessa e prologo

PREMESSA

Il presente articolo dà il via ad una serie intitolata L’utopia possibile, titolo che costituisce, almeno a prima vista, un ossimoro, in quanto accosta due termini in contrasto (in questo caso apparente) tra loro. Ora, gli ossimori sono spesso fecondi perché “provocatori” (nel senso che provocano riflessioni) e perché esprimono incisivamente le ambivalenze contenute in un concetto.

Prendiamo come esempio proprio il nostro titolo: il termine “utopia” è talvolta inteso erroneamente come sinonimo di qualcosa di impossibile ed irrealizzabile, se non addirittura di illusorio ed ingannevole. Ebbene, parlare di “utopia possibile” significa invece mettere in dubbio e in discussione tale lettura. Significa domandarsi se un’utopia sia davvero un che di irrealistico ed irrealizzabile oppure se possa essere, come suggerisce anche l’etimologia, qualcosa che “non ha luogo” nel momento attuale, ma che potrebbe benissimo trovare luogo, e quindi essere realizzato, in un momento successivo o in un diverso contesto. Significa proporre un’interpretazione dell’utopia come un “progetto” che parte da condizioni concrete ed attuali per realizzare una loro altrettanto concreta trasformazione nella direzione desiderata dal progetto stesso. In tal senso l’utopia possibile diventa già fin da ora il motore e la bussola di un’azione trasformatrice e supera i limiti (sempre che ci siano) che separano il mondo del conoscere da quello dell’agire, il mondo dell’epistemologia da quello dell’etica e della politica (quest’ultima nel senso originario e schiettamente filosofico di “argomento concernente il vivere associato”).

Il parlare di “utopia possibile” o di “utopia concreta” costituisce inoltre un invito a cogliere ed a rendere esplicite le ambivalenze potenzialmente presenti nel termine “utopia”. A tale scopo può essere d’aiuto adottare due termini ben distinti: il termine “utopico” (per esempio nell’espressione “pensiero utopico”) per indicare tutto ciò che si riferisce alla sfera dell’utopia possibile (o “concreta” o “realistica”) ed il termine “utopistico” per indicare (in senso deteriore) tutto ciò che si riferisce invece alla sfera dell’illusorio e dell’evasione dalla realtà.

La rassegna che intendiamo dedicare al tema dell’utopia possibile nasce inoltre dall’esigenza di rileggere criticamente, oggi, all’alba del terzo millennio, alcuni dei più classici tra i concetti ed i problemi della filosofia occidentale, come quelli di verità, di essere, di soggetto (e contestualmente di oggetto), di bene, di bello, di giusto… esigenza ineludibile alla luce delle idee di “decostruzione” e di “postmoderno” che hanno caratterizzato in buona parte la seconda metà del ‘900, e come risposta ad esse.

Infine, e soprattutto, il tema dell’utopia come progetto di trasformazione è reso attuale ed urgente, oggi, da quanto di inumano accade spesso vicino ed intorno a noi e dalla necessità di realizzare al più presto cambiamenti radicali in meglio, prima che “sia troppo tardi”. Con tutto ciò, la serie L’utopia possibile si propone anche come messaggio di speranza, non nel senso passivo e attendista dello “Speriamo che il cielo ce la mandi buona!”, ma nel senso attivo (alla Ernst Bloch ed alla Hans Jonas) dell’impegno e della responsabilità.

1. PROLOGO IN CIELO (CON PLATONE) E SULL’ISOLA CHE NON C’È (CON MORE)

Come è noto, il termine Utopia – dal greco classico (non) e tòpos (luogo) – fu coniato nel Cinquecento dal filosofo inglese Thomas More quale nome di un’isola immaginaria e di una società ideale (società che per l’appunto “non ha luogo” nella realtà di quel tempo) nella quale vigono libertà, giustizia e tolleranza per tutti e fra tutti. Secondo diversi studiosi la parola “utopia” può derivare anche dal greco èu (buono, bello) e tòpos (luogo), a voler indicare un “luogo buono”, un “mondo migliore” rispetto a quello dato.

La  struttura stessa dell’opera omonima del 1516, che descrive minuziosamente nella prima parte le inumane condizioni politiche e sociali dell’Inghilterra del Cinquecento e nella seconda le condizioni ideali della repubblica di Utopia, dimostra che l’invenzione di More serve all’autore per due scopi estremamente chiari e concreti: primo, denunciare, per contrasto, le condizioni disumane del mondo reale in cui egli vive; secondo, indicare un modello sulla base del quale sia possibile riformare quel mondo. Tutt’altro, dunque, che un’evasione nel fantastico e nell’irreale, bensì un serio e concreto impegno di critica e di riforma sociale, politica e religiosa.

Occorre quindi rendersi conto di quanto sia errato e fuorviante intendere l’utopia in genere come qualcosa di totalmente irrealizzabile o addirittura di “campato per aria”. Potrà anche darsi, infatti, che i modelli da essa suggeriti non si realizzino in maniera compiuta e perfetta, ma intanto ci indicano la direzione in cui procedere in modo concreto per migliorare gradualmente noi stessi ed il mondo in cui viviamo.

Del resto, anche i naviganti un tempo guardavano alla stella Polare per orientarsi, e non certo perché pensassero di poterla raggiungere. La metafora marinaresca dimostra che rinunciare agli ideali, all’utopia (nel senso rappresentato da quelle di Platone e di More) equivale a rinunciare all’uso della bussola in un viaggio d’esplorazione incerto e pericoloso. E allora sarà solo colpa dell’incauto viandante (e non dell’utopia!) se il viaggio non condurrà in “nessun luogo” o, peggio, se si rinuncerà addirittura a intraprenderlo per il timore o per il pregiudizio di non poterlo condurre a destinazione.

Un monito simile ci giunge anche da Platone, forse l’autentico inventore dell’utopia come pensiero e come genere letterario-filosofico. Nel dialogo La Repubblica, quando a proposito del suo stato ideale viene obiettato che “…esiste solo nei nostri discorsi, poiché credo che non si trovi da nessuna parte al mondo”, l’autore fa sì che Socrate replichi in modo significativo: “Ma forse se ne erge un modello su in cielo, per chi vuole vederlo e fondare sé stesso su questa visione. Non importa però se esiste o esisterà da qualche parte…” (Corsivo nostro). Dove vale la pena di ricordare che nell’ottica platonica il “cielo” equivale a quel “mondo delle Idee”, il mondo “vero” per l’autore, che possiamo scorgere solo con gli occhi della mente (psyché) e del cuore.

Il genere utopico sviluppato da Platone e da More conoscerà una particolare fioritura nel Seicento con opere come La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella e La nuova Atlantide (1626) di Francis Bacon.

Vedi

L’utopia possibile – parte 2
L’utopia possibile – parte 3
L’utopia possibile – parte 4
L’utopia possibile – parte 5
L’utopia possibile – parte 6

Autore: Roberto Maria Pittella

Autore

  • Laureato in Filosofia con pieni voti e lode presso l’Università degli Studi di Milano con tesi di laurea sulla Scuola di Francoforte. Abilitato all’insegnamento di storia, filosofia e scienze dell’educazione tramite pubblico concorso. Ha svolto attività di ricerca sulla filosofia contemporanea presso la cattedra di Filosofia della Storia
    dell’Università degli Studi di Milano. Inoltre, ha partecipato, anche in qualità di relatore, a convegni di studio e di aggiornamento organizzati dalla Società Filosofica Italiana, dall’IRRSAE Lombardia, dal CIDI di Milano, dall’Istituto Aloisianum di Gallarate, dall’Unitré di Milano e dal
    Centro P.I.M.E. di Milano.
    Dal 1982 al 2017 ha insegnato Storia e Filosofia nella scuola secondaria superiore. In particolare, dal 1985 presso la Scuola Germanica di Milano.
    Dal 2017 ha ricoperto la cattedra di Filosofia sociale presso l’Unitré (Università delle tre età) di Milano.
    Dal 2021 a tutt’oggi ricopre la cattedra di Filosofia morale all’”Accademia Senza Frontiere” presso il Centro P.I.M.E. di Milano.
    Suo è il testo di educazione civica intitolato “Conoscere e partecipare” e pubblicato dalla casa editrice Bulgarini di Firenze.
    Ad uso interno dell’Unitré ha pubblicato due volumi di “Filosofia e società: momenti cruciali dell’intreccio tra storia e pensiero in Occidente” ed il saggio “Utopia e trascendenza. Per una filosofia della libertà”.
    Ha creato col titolo FILOSOFIA VIVA un canale YouTube a libero accesso per la condivisione della cultura, in particolare di quella filosofica, nel quale ha inserito a tutt’oggi circa un centinaio di videolezioni.
    Segue il link:
    https://www.youtube.com/c/ROBERTOMARIAPITTELLA
    Infine, ha creato su Facebook un gruppo pubblico di discussione col titolo FILOSOFIA VIVA i cui iscritti sono attualmente più di seimila.
    Segue il link:
    https://www.facebook.com/groups/303315451322403/

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