2. Cercare
2.1. Che cosa cercare?
Se, come abbiamo visto, il concetto di utopia implica quello di esplorazione e di ricerca, si pone ora il quesito: si tratta di cercare qualcosa che c’è (già) ma che non sappiamo (ancora) vedere, o di cercare qualcosa che non c’è (ancora)?
In altre parole: si tratta di ricercare come fa l’esploratore, che cerca qualcosa che c’è già (anche se non sempre si sa cosa e dove sia), o come fanno l’inventore e l’artista, che cercano qualcosa che non esiste (ancora) e non si sa se mai esisterà, ma la cui creazione dipende innanzitutto da loro?
Verosimilmente l’una cosa non esclude l’altra, anzi la implica. Si tratta di cercare qualcosa che c’è già a livello potenziale, ma che va posto in atto e realizzato, reso reale, fatto vero, veri-ficato. Si tratta cioè di mutare radicalmente sia il nostro modo di essere, sia quello di vedere, sia quello di agire; e ciascuno di questi obiettivi è raggiungibile solo in sintonia con gli altri. Perciò occorre sia saper vedere in modo diverso (qualcosa che c’è ma che non vedevamo), sia saper essere, fare, creare qualcosa di nuovo che (ancora) non c’è o non c’era… qualcosa e/o qualcuno che “vada oltre” il mero dato di fatto attuale.
Per tutte queste ragioni possiamo definire l’oggetto della ricerca come “trascendente”: trascendente (altro) rispetto al modo comune di essere e di pensare, rispetto al mondo “normale” e convenzionale.
Non si tratta dunque di qualcosa che possa essere insegnato da altri o dall’esterno, ma di qualcosa che ciascuno di noi deve cercare e trovare, eventualmente con l’aiuto degli altri ed insieme con loro, ma al tempo stesso in prima persona.
Tutt’al più può essere indicato o suggerito, piuttosto allusivamente che non descrittivamente, quasi alla maniera dei maestri Zen; più per contrasto e per assenza che non per presenza, più negativamente che positivamente.
Si tratta di qualcosa di cui è molto più facile dire ciò che non è che dire ciò che è: qualcosa che non è riducibile a ricette prestabilite, a formule de-finite o pre-costituite. Si tratta di qualcosa come una via o una direzione (di ricerca e di cammino) che può essere indicata con un dito, ma che non va confusa con il dito che la indica.
È qualcosa che non esiste (ancora) nel senso che è radicalmente altro (diverso) dall’”essere determinato” attuale, cioè dal nostro abituale (e contingente) modo-di-essere-nel-mondo.
Si tratta di un “non-essere”. O meglio, si tratta di un “non-essere-ancora”, di un “dover-essere” al quale l’essere stesso rinvia come proprio oltre, come proprio al-di-là (superamento, trascendimento o Aufhebung, per dirla con Hegel) ma anche al tempo stesso come propria forma più autentica, come proprio inveramento, come propria “verità”.
2.2 Dove cercare?
Tale verità, tale esistenza autentica può attualmente essere vista, o meglio intravista, solo in controluce attraverso la falsa esistenza (inautentica, disumana, alienata) che la cela e che la rivela ad un tempo come la maschera cela il volto ma al tempo stesso ne rivela la presenza, come la facciata cela e rivela la struttura architettonica sottostante, come (in termini cari a Marx) la “scorza mistica” cela e contiene il “nocciolo razionale”. [1]
Lo “sfondo”, il piano a cui, per contrasto, fa riferimento il piano della realtà data, dell’essere determinato, è il piano dell’assenza, della mancanza. Si tratta di un piano più profondo, abissale, a cui appartiene ciò che è stato respinto e confinato nell’ambito della mera potenzialità inespressa, ciò che è stato privato della libertà di esprimersi e di e-sistere (emergere), e che da quel vacuum, da quel vuoto (di essere) in cui è stato confinato invoca giustizia e soddisfazione.
Ma è anche il piano più alto (e ad un tempo più profondo) a cui fanno riferimento i tragici greci quando invocano una giustizia diversa che non esiste (Eschilo, Prometeo incatenato: “Patisco ingiustamente!”; Sofocle, Antigone: “Sarà bello per me morire avendo compiuto un crimine sacro!”).
È un piano che pertiene ad una giustizia, ad una legge, ad un criterio (di scelta e di comportamento) che non esistono, che non sono né dati né rivelati, ma che sono pur sempre praticabili dall’uomo come risposta ad istanze apparentemente inconciliabili (legge della Città e legge del cuore…), come risposta fondante ma non fondata all’enigmaticità e alla tragicità dell’esistenza.
È il piano di un tertium che non si nega all’uomo, ma che nemmeno gli si offre nell’ambito teofanico di una dialettica apollinea e garantistica. È il piano di una risposta che l’uomo può trovare solo al prezzo di rinunce e di sofferenze (Eschilo, Agamennone: “Pathei mathos”, “Soffrendo s’impara”), e solo a condizione di accettare il rischio, di mettere in forse e in pericolo sé stesso, di perdersi per potersi ritrovare.
[1] “La mistificazione di cui soffre la dialettica nelle mani di Hegel non toglie affatto che egli per primo ne abbia esposto in modo comprensivo e cosciente le forme di movimento generali. In lui, la dialettica si regge sulla propria testa. Bisogna capovolgerla per scoprire il nocciolo razionale entro la scorza mistica” (Marx, Il Capitale, Libro I, Poscritto alla seconda edizione).
2.3. Il “divieto” parmenideo e “l’arco” dell’essere
Per trovare (o per inventare) quel tertium, quella via d’uscita utopica capace di conciliare leggi della ragione e leggi del cuore, occorre superare l’equivoco per cui il fatto che l’essere è sempre identico a sé stesso, ossia non si può confondere col non-essere né l’uno può trapassare nell’altro (il celeberrimo “divieto” parmenideo), significherebbe anche ad un tempo che l’essere sia immobile ed immutabile e occorre superare altresì l’equivoco per cui ammettere la mutabilità e la mobilità dell’essere significherebbe necessariamente ammettere anche il suo confondersi con il non-essere ed il suo trapassarvi.
In realtà, essere e non-essere non si confondono tra loro; mutano piuttosto i loro rapporti reciproci. Ci può aiutare a capirlo l’estetica michelangiolesca della scultura come “arte del levare”: infatti è il suo diverso rapportarsi col “vuoto” a definire e modellare il “pieno”, a tradurre in atto la potenza implicita nel blocco di marmo di diventare statua di divinità, di guerriero o di fanciulla. Analogamente è il suo diverso rapportarsi col non-essere che trasforma l’”essere indeterminato” (cioè, l’essere in tutte le sue infinite potenzialità) in “essere determinato”.
Ed ancora… più l’ essere determinato, ossia la realtà data, il mondo così com’è attualmente nel suo stato alienato-alienante, dimostra e denuncia la propria inadeguatezza rispetto alle infinite ed inesauribili (perché sempre nuove e diverse) potenzialità dell’essere, più in proporzione aumentano il “mal-essere” e di conseguenza il bisogno di un “nuovo (e diverso) essere”, o non-essere-ancora: aumentano lo scarto, la distanza, la tensione tra essere determinato e non-essere-ancora, tra essere determinato e dover-essere, cioè tra il legno e la corda di quell’arco in cui si incocca la freccia del divenire, del mutamento, freccia che a sua volta ne trae maggior impulso e maggior vigore.
L’utopia possibile – prima parte
L’utopia possibile – parte 3
L’utopia possibile – parte 4
L’utopia possibile – parte 5
L’utopia possibile – parte 6
Autore: Roberto Maria Pittella







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