2.4. Utopia e “Grande Utopia”
In 2.1. abbiamo parlato dell’oggetto della ricerca utopica come “trascendente” (o “radicalmente altro”) rispetto alla realtà data, all’essere determinato, al nostro abituale e contingente modo-di essere-nel-mondo.
Ora, l’utopia come trascendenza può essere assimilata al “noùmenon” kantiano in quanto concetto-limite (pensabile ma ignoto). L’utopia-limite come trascendenza, come totalmente-altro, come noùmenon, può essere definita “Grande Utopia”. Ciò consente di tenerla ben distinta, in quanto inattingibile (se non all’infinito) dalle singole utopie e dai singoli “progetti” (o “bersagli”) visti a loro volta come tappe intermedie e provvisorie nel cammino del divenire.
Pertanto, si può pensare la Grande Utopia come idealmente collocata a distanza infinita sulla linea che corre tra essere determinato e dover-essere, quale bersaglio ideale della sunnominata (cfr. 2.3.) “freccia del divenire”. In tal senso l’utopia è il bersaglio invisibile che sta oltre la serie inesauribile dei bersagli visibili e che, in senso metaforico, li “allinea” e li organizza.
In questi termini la Grande Utopia può essere assimilata al platonico “Sommo Bene” e, al pari di esso, venir considerata epékeina tès ousìas, “al di là dell’essenza”, non nel senso di al di fuori dell’essere, ma nel senso di superiore a tutte le sue singole determinazioni.
Platone, nel Simposio, dice inoltre che “Amore è filosofo” [da philèin (amare) e sophìa (sapienza)], ossia che ama, desidera, qualcosa di bello (e di buono) di cui sente la mancanza, nella fattispecie la sapienza: qualcosa che non desiderano né il dio (che già possiede questo “qualcosa”), né l’ignorante (che, in quanto tale, lo ignora totalmente e pertanto non può sentirne la mancanza).
Così l’uomo-filosofo (che “sta in mezzo” tra il sapiente e l’ignorante) tende con insopprimibile anelito ad un “Sommo Bene”, ad una perfezione che non raggiungerà mai in pieno giacché per lui, che è per definizione e per essenza (o per concetto) un essere imperfetto ed incompleto (quindi “desiderante”) il Sommo Bene è per definizione l’irraggiungibile: nella nostra ottica la Grande Utopia.
Coerentemente con ciò, la Grande Utopia potrebbe essere considerata alla stregua della perfezione, intendendo quest’ultima in quanto condizione e luogo ideale della massima e migliore attuazione possibile delle inesauribili potenzialità dell’essere.
Ma la Grande Utopia non è solo la massima realizzazione in senso quantitativo delle potenzialità dell’essere: è anche quel particolare modo di realizzazione delle potenzialità che tiene conto delle compatibilità (e delle incompatibilità): nel medesimo senso in cui la libertà dell’individuo deve conciliarsi con le libertà di tutti gli altri.
Così l’uomo si trova come sospeso tra due infiniti, tra due abissi: quello del nulla, delle potenzialità inespresse, che gli sta alle spalle, e quello del tutto, delle potenzialità totalmente compiute, che gli sta davanti.
E se la Grande Utopia è per definizione ed essenza irraggiungibile (come l’infinito delle potenzialità totalmente compiute), tuttavia è possibile cercare di porsi già fin da ora nella sua ottica, di vedere il mondo nella sua luce, come nella heideggeriana Lichtung (“schiarita”, “diradamento”). Per dirla invece con Spinoza, è possibile cercare di vedere il mondo “sub specie aeternitatis”, cioè dal punto di vista dell’infinito. Tra Grande Utopia e utopia tout court, tra Utopia assoluta e utopia relativa, rimane comunque lo scarto incolmabile per cui la seconda è realizzabile, mentre la prima no. Se non, appunto, “all’infinito”.
2.5. Essere determinato e dover-essere
Il fatto che possa esistere un margine di irraggiungibilità del dover-essere da parte dell’essere determinato, dell’esigenziale (o dell’ideale) da parte del fattuale, nulla toglie comunque alla possibilità dell’avvicinamento del secondo al primo, pur se si tratta – o forse proprio perché si tratta – di un avvicinamento infinito ed inesauribile.
Analogamente, l’eventuale divario ontologico tra essere determinato e dover-essere, tra esistenza falsa ed autentica, coesiste con il divario storico e nulla toglie a quest’ultimo, alle sue cause storicamente prodotte e quindi storicamente superabili.
Ma perché parlare di un “eventuale” divario ontologico? Perché si tratta solo di un’ipotesi, di un’opzione accanto alla quale si potrebbe ammettere anche quella di una struttura ontologica del mondo non univocamente codificata, non rigidamente (pre)stabilita e dunque di un rapporto essere – non-essere non eleaticamente immodificabile, neppure da un punto di vista rigorosamente ontologico.
2.6. “Plasticità” dell’essere
In altre parole, si potrebbe ipotizzare una sorta di principio di indeterminazione applicato non più soltanto alla fisica, ma anche all’etica e forse addirittura all’ontologia. In virtù di esso il grado di determinazione e di determinabilità del dover-essere (impulso) sarebbe inversamente proporzionale a quello dell’essere determinato (posizione).
In tale ottica, quando e laddove il divario, lo scarto tra dover-essere ed essere determinato (tra condizione ideale e condizione attuale) si fa più acuto e di pari passo l’essere determinato viene vissuto, avvertito e riconosciuto come mal-essere, allora attraverso tale scarto l’essere stesso rinvia al dover-essere, al non-essere-ancora e di conseguenza vede sfumarsi la propria struttura costitutiva ed aumentare la propria plasticità.
Viceversa, quanto più sfumano e si sfumano il dover-essere e il non-essere-ancora, tanto più l’essere si cristallizza, si sedimenta, si reifica, raggelandosi e coagulandosi intorno all’essere determinato.
Insomma, quanto più il dover-essere (o non-essere-ancora) prende corpo e figura nella realtà e nella coscienza, tanto più la trama dell’essere si fa per così dire rada e sottile (come nel caso della Lichtung heideggeriana) e lascia intravedere in trasparenza il non-essere-ancora, e quindi indirettamente il non essere stesso.
L’accresciuta plasticità dell’essere, di cui s’è detto, potrebbe dunque rendere più agile il divenire, il cambiamento, e con esso il sorgere dell’altro, del non-essere-ancora, di un nuovo e diverso essere (cfr. 2.3. della “parte seconda”).
L’utopia possibile – prima parte
L’utopia possibile – parte 2
L’utopia possibile – parte 4
L’utopia possibile – parte 5
L’utopia possibile – parte 6
Autore: Roberto Maria Pittella







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