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Può la scienza studiare il soprannaturale?

da | 22 Gen, 26 | Scienze Naturali |

Nel 1997 Stephen Jay Gould, biologo, paleontologo e divulgatore americano, pubblicò sulla rivista Natural History un articolo, divenuto famoso, dal titolo Non-overlapping Magisteria, cioè Magisteri non sovrapponibili. Nel 1999 il contenuto dell’articolo venne riproposto nel libro Rocks of Ages (tradotto in Italia come I pilastri del tempo. Sulla presunta inconciliabilità tra fede e scienza), dove il tema viene più estesamente sviluppato. I due magisteri cui Gould fa riferimento sono quelli della scienza e della religione. Gould sostiene che scienza e religione possono pacificamente convivere poiché ognuna ha il proprio dominio, che non si sovrappone a quello dell’altra. Nel libro citato Gould afferma espressamente:

Il magistero della scienza riguarda la realtà empirica: di che cosa è composto l’universo (il “fatto”) e perché funziona così (la “teoria”). Il magistero della religione invece si estende sulle questioni del significato ultimo e dei valori morali. Questi due magisteri non si intersecano, né esauriscono ogni tipo di ricerca (consideriamo per esempio il magistero dell’arte e il significato di bellezza).

La posizione di Gould non rappresenta una novità del tutto originale. Si tratta di un problema ben noto e già Galileo Galilei, nella celebre lettera a Cristina di Lorena del 1615, afferma che esiste una netta distinzione tra le finalità delle Sacre Scritture e quelle della scienza:

[…] non avendo voluto lo Spirito Santo insegnarci se il cielo si muova o stia fermo, né se la sua figura sia in forma di sfera o di disco o distesa in piano, né se la Terra sia contenuta nel centro di esso o da una banda, non avrà manco avuta intenzione di renderci certi di altre conclusioni dell’istesso genere […] quali sono il determinar del moto e della quiete di essa Terra e del Sole […] ciò è l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo.

Sempre sullo stesso tema, il filosofo e matematico britannico Alfred North Whitehead, nel 1925, aveva scritto:

Ricordiamo gli aspetti assai diversi dei fatti di cui ci si occupa rispettivamente nella scienza e nella religione. La scienza tratta le condizioni generali che regolano i fenomeni fisici secondo le osservazioni; mentre la religione è completamente avvolta nella contemplazione dei valori morali ed estetici. Da un lato c’è la legge di gravitazione, dall’altro la contemplazione della bellezza della santità. Una parte coglie ciò che l’altra non riesce a vedere; e viceversa.”

Riproponendo così il concetto della doppia verità tra la fede e la scienza.

Sebbene questa tesi possa sembrare convincente, un esame più approfondito ne mette in evidenza alcuni limiti. In primo luogo, appare evidente l’esistenza di un certo contrasto tra i due magisteri, persistente e sviluppatosi nel corso dei secoli – infatti l’articolo di Gould suscitò svariati interventi critici. Inoltre, questa visione è attaccabile sia dal punto di vista della filosofia naturale[1] che vede le tracce di Dio nell’immanente, che similmente da quello dell’intelligent design (progetto intelligente[2]) che sostiene che Dio abbia interamente controllato il processo dell’evoluzione. Oltre che da coloro che sostengono un argomento cosmologico tipo quello del Kalam[3], e coloro i quali che ammettono la possibilità dell’intervento di Dio nell’immanente, ma in un modo del tutto particolare: con i miracoli.

Esiste quindi una complessa correlazione tra il divino e la scienza, e tra la scienza ed il divino. Tra gli altri, lo zoologo Richard Dawkins, il filosofo e neuroscienziato Sam Harris, il genetista Francis Collins e il fisico Victor Stenger hanno argomentato, in tempi recentissimi, in favore di Dio come un’ipotesi scientifica, come anche sostanzialmente fanno i fautori del progetto intelligente. E questa visione è in contrasto con il concetto di doppia verità; per l’intelligent design la verità è una sola (e comprende sia la natura, sia Dio che l’azione di Dio nella natura).

È sicuramente vero che la scienza, per sua natura, si occupa essenzialmente di entità empiricamente rilevabili. Cerca di comprendere la realtà nell’ambito del “conoscibile”, senza pretendere di raggiungere verità assolute, nella consapevolezza che ogni nuova scoperta non fa altro che allargare la frontiera della realtà a noi sconosciuta. La religione, al contrario, si occupa di questioni che potremmo classificare come metafisiche e che sfuggono a ogni possibilità di indagine empirica. In linea di principio quindi, se entrambe si limitassero al proprio dominio di competenza, i punti di vista in contraddizione tra scienza e religione si ridurrebbero notevolmente.

Tuttavia, è ovvio che la scienza lascia scoperti numerosi settori della nostra esistenza: nulla ci dice infatti sul senso della vita, su quello della realtà in cui viviamo e su molte cose che appartengono alla sfera puramente umana o, se si vuole, spirituale. Secondo l’autore, il punto cruciale di tutto è definire cosa si intenda per metafisica. Quest’ultima, a differenza della scienza, ambisce a una spiegazione ultima della realtà, ma non deve entrare in conflitto con essa e tanto meno sostituirsi a essa. Purtroppo però, la storia insegna che la “dottrina metafisica” di alcune religioni non ha mai soddisfatto questi requisiti. Lo stesso Gould entrò nel dibattito cercando di porre dei limiti a quello che si deve intendere per religione, scrivendo che:

La religione non può essere messa sullo stesso piano del letteralismo della Genesi, del miracolo della liquefazione del sangue di san Gennaro… o dei codici biblici della cabala…”


[1] La filosofia naturale è la riflessione filosofica sullo studio della natura, che inizialmente precedette e poi convisse con la scienza. Essa si occupa di questioni fondamentali quali l’origine del mondo, la struttura della realtà e la ricerca di principi unificanti, attraverso un approccio razionale e speculativo.
[2] L’intelligent design è una corrente di pensiero secondo la quale le caratteristiche dell’Universo e del mondo dei viventi può essere spiegato non attraverso processi quali la selezione naturale, ma da una causa intelligente – come potrebbe anche essere un intervento divino.
[3] La teologia speculativa araba (Kalam) ha infatti ripreso ed approfondito la proposta aristotelica di una dimostrazione “cosmologica” dell’esistenza di Dio.

Tuttavia, a parere dell’autore, la religione reale è basata anche sulle cose da lui citate. Quanti credenti rinuncerebbero all’idea di un dio immanente, un dio che fa miracoli, un Dio che si può pregare perché intervenga per modificare il corso degli eventi? Una visione del genere entra in contrasto con descrizione degli eventi come quella fornita dalla scienza. Nelle forme reali di religiosità si accettano infatti moltissime affermazioni che non sono propriamente metafisiche e che spesso collidono con la scienza e la logica. Prima fra tutte è l’ammissione dell’esistenza del soprannaturale e della possibilità di quest’ultimo di manifestarsi nel reale. Ciò porta frequentemente i credenti a battagliare con le concezioni scientifiche che contrastano con le proprie convinzioni.

Sul piano razionale la teologia naturale si pone dal punto di vista di cercare prove dell’esistenza di Dio nell’ambito naturale. Secondo questa visione la natura segue attimo dopo attimo i voleri del creatore, ed il creatore può regolare l’andamento del creato con sue azioni continue. Questa visione del mondo che ebbe il massimo splendore dalla fine del Seicento fino a Darwin, è sopravvissuta fino ad oggi nell’intelligent design e non solo[4]. Lo stesso John Polkinghorne[5] ha sostenuto che la teologia naturale è ancora viva e vegeta due secoli dopo William Paley[6]. Quindi la tesi dei due magisteri non sovrapponibili, a un esame più approfondito, non appare molto seguita. Scienza e religione si mostrano, in ultima analisi, difficilmente compatibili e conciliabili. D’altra parte lo erano invece per George Lemaitre[7], cosmologo e gesuita, padre del modello di origine dell’Universo ora noto come Big Bang.  Lemaitre infatti scriveva:

Esistono due vie per arrivare alla verità. Ho deciso di seguirle entrambe. Niente nel mio lavoro, niente di ciò che ho imparato negli studi di ogni scienza o religione ha cambiato la mia opinione. Non ho conflitti da riconciliare. La scienza non ha cambiato la mia fede nella religione e la religione non ha mai contrastato le conclusioni ottenute dai metodi scientifici.”

Certamente per un religioso comune le cose non sono così semplici. Come ha affermato Richard Dawkins:

Un universo con una presenza soprannaturale sarebbe un tipo di universo fondamentalmente e qualitativamente diverso da uno senza.”

Un punto di vista completamente diverso da quello di Gould è invece quello di parecchi altri scienziati, Victor Stenger, solo per citarne uno e anche di teisti[8] come Meyr ed esponenti dell’intelligent design. Evidentemente la religione si intromette nell’immanente quando parla di un Dio che si inserisce nella realtà umana e fisica, sia per via di una sua regolazione continua dell’Universo o per un suo progetto iniziale, ma anche saltuariamente per via dei miracoli.


[4] In genere quando si parla di “teologia naturale” si intende genericamente l’intervento di Dio nell’evoluzione del mondo. Mentre per “intelligent design” si intende il punto di vista per cui le caratteristiche dell’universo e degli esseri viventi debbano essere attribuite a una “causa intelligente” o “progettista”. Un progetto specifico.
[5] John Polkinghorne è stato un filosofo, teologo e fisico britannico.
[6] William Paley è stato un pastore anglicano, filosofo e teologo inglese. È soprattutto noto per l’introduzione dell’analogia dell’orologiaio per dimostrare l’esistenza di Dio.
[7] George Lemaitre discusse con Einstein dell’Universo in espansione, ricevendo la nota risposta “I suoi calcoli sono esatti, ma la sua fisica è abominevole”. Lemaitre fu il primo a scoprire teoricamente l’espansione dell’Universo (legge di Hubble-Lemaitre)..
[8] I teisti sono persone che credono nell’esistenza di un Dio personale e trascendente, creatore dell’Universo nel quale continuamente interviene.

Secondo Hume ci sono vari tipi di miracoli differenti la cui definizione può essere ricondotta alla comune idea della violazione delle leggi della natura. In fisica esistono molte leggi, ed esse sono assunte uguali in tutto l’Universo ed in ogni tempo. Una delle leggi più semplici quali la conservazione dell’energia è valida nei nostri laboratori, nelle distanti galassie o nella radiazione di fondo proveniente dall’Universo primordiale.

Per il teologo credente Richard Swinburne, un miracolo è “un’occorrenza di un’istanza contraria non ripetibile a una legge di natura”. Egli riteneva che i miracoli possono essere scoperti semplicemente guardando alle evidenze che essi producono nel mondo circostante.

In altri termini per Swinburne i miracoli sono evidenti e ovvi in ​​quanto vanno contro quelle che consideriamo leggi della natura. Nella definizione, il termine “non ripetibile” vuol dire che un semplice essere umano non potrebbe copiare (nel senso di riprodurre) un atto miracoloso di Dio. Tra la visione di Hume e Swinburne c’è una differenza nella concezione delle leggi della natura. Mentre per Hume le leggi della natura sono fisse, assolute e indiscutibili, Swinburne le descrive come “generalizzazioni” – questo significa che osserviamo tendenze o modelli nel mondo e attribuiamo questi modelli alle leggi. Quindi un miracolo è un evento che viola le ben note leggi della fisica e che se si ripete non segue le caratteristiche regolari di una legge.

A questo punto è importante anche ricordare che nel tempo il concetto di miracolo è cambiato col progredire delle conoscenze. Così mentre per lo stesso Newton il moto dei pianeti era qualcosa di miracoloso, per il quale doveva intervenire Dio, oggi sappiamo che non serve nessun intervento divino e che i pianeti si muovono a causa della curvatura dello spazio-tempo. In un certo senso, lo “spazio concettuale” ammissibile per i “miracoli” si riduce con l’avanzare di una conoscenza di tipo scientifico. Che tra l’altro ammette la riproducibilità del fenomeno (e quindi l’uomo può realizzarlo da solo in laboratorio, senza un aiuto divino).

Ora per il fatto che un miracolo cambia la nostra realtà violando le leggi fisiche, e visto che conosciamo le leggi fisiche, possiamo anche capire quando si verifica un miracolo. La fisica si limita a testare le cose testabili, le cose naturali, gli effetti nel mondo naturale. Questi effetti potrebbero allora essere sia di origine naturale o meno. Questo discorso potrebbe sembrare un’intrusione della scienza nel mondo ultraterreno ed invisibile della fede. In effetti lo sarebbe se un miracolo non lasciasse traccia. Però, se un devoto si recasse a Fatima, senza un arto, e dopo preghiere o altro, effettuate sul posto, l’arto ricrescesse istantaneamente, questo evento avrebbe a che fare con la realtà che sperimentiamo e dovremmo riconoscerlo come miracolo. Un’opera diretta di Dio. In altri termini, un Dio invisibile, che non “interagisse” con l’Universo, non potrebbe essere né scoperto né sottoposto a verifiche scientifiche, ma un Dio invisibile che operi miracoli, cambiando la realtà e le sue leggi può essere sottomesso all’analisi scientifica. Lo stesso San Paolo, nella lettera ai Romani (1,18-21), chiaramente scrive che Dio non si è manifestato solo nelle scritture ma anche nelle sue opere:

[…]poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute.

 Ma quali sono queste opere nelle quali la natura invisibile si manifesta? La creazione dell’Universo, inclusa la Terra, la creazione dell’uomo… ed ovviamente un’altra manifestazione: i miracoli. San Paolo poi continua:

Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio.”

Quindi Paolo di Tarso ci esorta a scoprire la natura invisibile di Dio dalle sue opere, e questo è quello che noi intendiamo fare. E con questo intendo che vogliamo seguire proprio l’idea di Paolo di Tarso che Dio si manifesti nel contingente, ma il mio punto di vista è un punto di vista genericamente ateo, ovvero che invece non esista alcun intervento divino nell’immanente.

Noi non verifichiamo direttamente l’esistenza di Dio, ma quella delle sue opere, dei miracoli. Quando una foglia cade e viene trasportata dal vento, noi non vediamo il vento, ma la sua azione sulla foglia. In fisica non tutto quello che è studiato è osservabile. Gli atomi fino a non molto tempo fa non lo erano, non lo sono i quark, non lo è la materia e l’energia oscura. Sono pertanto questi argomenti di metafisica? Certamente no. Se un quark è invisibile, questo non vuol dire che non esista: il modello standard delle particelle e gli esperimenti mostrano che esiste. Lo stesso per la materia oscura. Non la osserviamo direttamente ma abbiamo molte prove indirette, ad esempio il loro effetto sul moto galattico, che ci dicono che essa esiste.

Per le religioni abramitiche generalmente possiamo pensare a Dio come avente le caratteristiche:

  • Creatore dell’Universo e delle sue leggi, e creatore dell’uomo a cui ha dato un’anima immortale.
  • Pensiamo che possa cambiare il corso di qualunque evento sia per sua volontà, sia quando le sue creature lo pregano di farlo.

Quindi, per verificare l’esistenza di Dio, basterebbe verificare le ipotesi precedenti: che abbia creato l’Universo, l’uomo, e verificare la presenza di miracoli ed il processo è uguale a quello scientifico di test delle ipotesi. Certamente, teologi, credenti, non potranno non sorridere a questa affermazione: come si può verificare l’esistenza di un ente invisibile e che si trova fuori dal mondo? La risposta l’abbiamo data in precedenza ed è anche in accordo con la visione di San Paolo: Dio è evidente nelle sue opere e nei suoi miracoli. Per stabilire se un modello scientifico è vero o una congettura non scientifica, Karl Popper e Rudolf Carnap, nel 1930 proposero il “principio di falsificazione” (dal tedesco Fälschungsmöglichkeit, meglio tradotto in “possibilità di confutazione“). Secondo quest’idea una teoria è scientifica solo se si espone alla possibilità di essere smentita da esperimenti od osservazioni che potrebbero dimostrarla falsa.

Ora, in realtà questo è già stato fatto diverse volte. Nel passato esistevano diversi argomenti (considerati “scientifici”) in favore dell’esistenza di Dio, ma con l’avanzare della scienza questi argomenti sono stati ricondotti nell’alveo della conoscenza umana eliminando la necessità di Dio per la loro esistenza. Questi esempi negano ampiamente il punto di vista che la scienza non abbia niente da fare con Dio. Esiste un gran numero di questi argomenti, ma ovviamente non possiamo riportarli tutti. Ad esempio, per Galilei un mondo senza Dio avrebbe rischiato, similmente a quanto accadrebbe alla scienza senza la lingua matematica, ad “aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto”.

In uno dei dialoghi con Bentley, riguardo alla natura della gravità, Newton assumeva che dovesse esistere un “agente materiale o immateriale” che la producesse. Ossia, nella mente di Newton era presente l’idea che per sostenere un Universo infinito fosse necessario un Dio altrettanto infinito, che permeava lo spazio, e che svolgesse il ruolo di mantenerne integra la struttura. Con la teoria della relatività generale, Einstein ha spiegato da dove nasce la gravità, semplicemente dalla curvatura dello spazio-tempo, e questo ha falsificato l’idea di un Dio che interveniva continuamente sui pianeti e non solo, come pensava Newton, per far funzionare il meccanismo del cosmo.

La teoria di Darwin, con le prove basate sui fossili e nella genetica, che mostra che tutte le specie si originano da un lento processo evolutivo, ha falsificato l’ipotesi di un Dio che plasma le creature una ad una, specialmente l’uomo, lasciandole identiche negli eoni. La scoperta del DNA e gli studi sull’evoluzione della vita sulla Terra ci ha portato alla conoscenza del fatto che probabilmente tutte le forme viventi si sono originate da un’unica cellula antenata il cosiddetto LUCA (Last universal Common Ancestor), che in tal senso falsificherebbe l’ipotesi di un Dio che creò l’uomo come una specie a parte. Il LUCA è un concetto accettato da molti studiosi dell’evoluzione: si pensa si trattasse di un microrganismo unicellulare vissuto tra 3,6 e 4,2 miliardi di anni fa e forse rappresenta la radice dell’albero della vita.

Si potrebbe continuare, mostrando quante volte la scienza abbia falsificato, totalmente o in parte, l’ipotesi di un Dio creatore diretto del mondo materiale. La datazione radioattiva degli elementi ha portato a stimare l’età della Terra intorno a 4,5 miliardi di anni, la scoperta delle reazioni nucleari nelle stelle e lo studio della CMB[9]  e dell’espansione dell’Universo indicano l’età dello stesso in 13,8 miliardi di anni, in contraddizione con le stime dell’origine del mondo delle varie religioni abramitiche, basate sulla lettura delle scritture e dell’ordine di qualche migliaio di anni. Ad ogni passo fatto dalla scienza è come se Dio si fosse ristretto, un po’ come nel tzimtzum[10] della cabala ebraica lurianica. Il punto centrale è che per proclamare che la scienza e la fede non abbiano a che fare l’una con l’altra (almeno per quanto riguarda le religioni occidentali), bisogna eseguire forzature intellettuale a nostro avviso eccessive o tarpare le ali della logica, l’unica arma che abbiamo per capire quello che ci circonda.


[9] La CMB, acronimo che significa Cosmic Microwave Background radiation, o radiazione di fondo, è la radiazione a 2,7 K di temperatura che si osserva con i radiotelescopi provenire da ogni angolo dell’Universo e si originò quando l’Universo aveva una età di 380,000 con la nascita degli atomi e la propagazione libera della luce.
[10] Tzimtzum è un’antica parola ebraica il cui significato letterale è “ritrazione” o “contrazione” usata in origine dai cabalisti per spiegare la creazione: Dio che si ritrae (autolimitazione) per lasciare spazio alla sua stessa creazione, all’Universo.

Autore: Antonino dal Popolo

Autore

  • Antonino Del Popolo è un astrofisico che si è laureato all'Università di Bologna e ottenuto il dottorato a Roma. Ha lavorato in qualità di ricercatore nell'Istituto CRL (NICT) di Tokyo, e nell'Institut Argelander di Bonn, in qualità di "Assistant Professor" nell'Università del Bosforo di Istanbul, e Professore Ordinario nell'Università Tecnica di Istanbul (ITU). Il Dr. Del Popolo è attualmente ricercatore e professore aggiunto presso il Dipartimento di Fisica ed Astronomia dell'Università di Catania. E' stato "visiting professor" presso l'Università del Bosforo di Istanbul, presso l'Università di San Paolo (Brasile), presso l'Istituto Internazionale di Fisica (IIP) di Natal (Brasile), presso l'IMP-CAS di Lanzhou (Cina), dove ha anche ottenuto il premio PIFI dell'Accademia delle Science Cinese, presso presso l'Istituto di astronomia dell'accademia russa delle scienze, e a Sofia presso l'Università S. K. Ohridsky e presso l'istituto di astronomia dell'accademia delle scienze. Il suo interesse principale è la Cosmologia Fisica. È autore di tre libri in italiano e inglese e di uno in italiano, inglese e russo.

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