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Al porto di Brindisi era mattina quando il ferry della Turkish Maritime Lines cominciò ad avvicinarsi alla banchina per attraccare. Ad aspettarlo, oltre a me e la mia auto, c’erano solo due passeggeri: una donna alta ed attraente, dai lunghi capelli fluttuanti come onde in un mare sonnacchioso ed un uomo magro, dal volto squadrato come quelli di certe statue di legno, con un naso appuntito sul quale svettavano un paio di occhiali rotondi, in netto contrasto con il suo volto. Il ferry si avvicinava lentamente rendendo sempre più visibili e chiari i volti dei passeggeri in coperta. Un pezzo di Turchia con la sua bandiera rossa e la mezza luna stava lambendo il suolo italiano. Dopo l’attracco i passeggeri cominciarono a lasciare la nave con le loro automobili, in gran parte adducenti targhe turche.

Le operazioni di sbarco e la preparazione della nave per il ritorno durarono circa un’ora, dopodiché potemmo imbarcarci. Era l’ultimo traghetto dell’anno per la Turchia, che da Brindisi si sarebbe diretto ad Istanbul invece che a Çeşme, come succedeva di solito. Una decina di minuti e la mia auto era posteggiata nel grosso ventre della nave ed io mi dirigevo con qualche bagaglio ed il mio computer alla Reception ed infine alla mia cabina. Le cabine dotate di letti a castello erano scarne, distanti mille miglia dalle lussuose cabine dei ferries greci coi quali avevo viaggiato tempo prima. Rimasi meno di un’ora in cabina prima di andare al bar, cercando di trovare una soluzione al mal di mare che già mi aveva trascinato in un malessere viscerale. Mi diedero qualche pillola che impiegò un tempo interminabile prima di tirarmi fuori dal fondo del malessere in cui ero andato a finire. Fu allora che vidi la donna che avevo visto aspettare l’arrivo del traghetto, seduta ad alcuni metri. Era una donna attraente, sulla trentina, dagli occhi azzurri e dal viso ovale e sorridente e da denti bianchi e grandi.

Mi guardò per qualche secondo e poi uscì. Dopo qualche minuto, ritornò e si sedette ad una sedia distante alcuni metri da me. Fu allora che le chiesi se sapesse esattamente quanto tempo saremmo rimasti su quella caravella. “Tre giorni”, disse e fu così che scoprii che ero stato mal informato alla partenza. Avrei impiegato molto meno a prendere un ferry greco fino ad Igoumenitsa ed andare poi via terra. Ormai era troppo tardi e non mi restava altro che abbandonarmi al rullio della nave per i giorni che sarebbero serviti a raggiungere Istanbul. Ci presentammo e mi disse di chiamarsi Sara, di essere svizzera, di Zurigo, e che viaggiava insieme ad un suo amico, un certo A. Dovevano andare in Georgia a Tiblisi, dove A doveva presentare un suo film al festival del cinema locale. Le chiesi perché non fossero andati con l’aereo e mi disse che A aveva problemi a “volare” e che per questo avevano coperto la tratta Zurigo-Brindisi col treno e avevano pensato di raggiungere Istanbul con la nave e da lì raggiungere in treno Tiblisi. Tre soli passeggeri ed un intero equipaggio a disposizione. Mi sembrava di essere un nababbo sulla propria nave, un nababbo povero che emigrava verso una terra di migranti, una terra da cui molti scappano verso mondi diversi in cerca di un destino meno crudele. Io ci andavo in quella terra, insieme a due compagni di viaggio dall’aspetto teutonico, ma dal cuore mediterraneo: almeno uno di loro. Sara parlava. Le sue parole si spandevano nel bar, danzavano attorno alle mie orecchie, si tuffavano per sparire nei meandri vestibolari per poi apparire miracolosamente nella mia mente. Parole leggere, dolci, ipnotiche, catartiche. Mi avevano fatto dimenticare il mal di mare e mi portavano su un altro mare, calmo e materno, che mi cullava e rassicurava. Era estate: lei era in estate, io ero in estate, ma la mia era un’estate ormai diretta verso la fine, con un inverno che si avvicinava a saccheggiare la primavera e parte di un’estate brumosa. Si dice che gli antenati, morti prima del tempo, con sangue giovane ancora nelle vene, ritornino a vivere ancora, in noi, la vita che non hanno vissuto. Sentivo che una nuova vita nasceva in me da quelle parole. Vicini, occhi negli occhi. La vicinanza mi ardeva. E pensavo: donna, che mare porti nella tua anima, chi sei? Canta ancora, cantami il tuo desiderio, perché ascoltandoti ogni attimo divenga una gemma da cui fiorisca l’immortalità.
Lei mi fissava con i suoi occhi azzurri, sembrava stesse cercando qualcosa dentro la mia anima, qualcosa che da molto aveva inseguito ma che non era mai riuscita ad acciuffare, ed ora sembrava averla scorta in fondo ad una buia caverna. “Di dove sei” mi chiese. “Sono siciliano, di un paesino sulla costa nord”. “Ah, interessante” disse, “sono stata in Calabria anni fa da un’amica”. “Hai molti amici tu, di tutte le nazionalità”.   “Si”, rispose, “ho molti amici e mi piace molto viaggiare”. “Posso chiederti una cosa?”, “Si”, rispose dopo aver acconsentito con un cenno del capo.  “Cosa hai visto in me? Cosa ti ha rivelato la tua anima della mia? Sai, nella mia anima porto molte stelle, molte vie lattee, miracoli nell’oscurità. Ma non le vedo, come quando di giorno il sole non ci permette di vedere le stelle. Aspetto che cali la notte, che le mie palpebre si chiudano. Aspetto che il crepuscolo, la notte ed il dolore oscurino il cielo così che le stelle sorgano in me, le mie stelle, che non ho mai visto. Chissà, forse tu le hai viste e mi puoi dire come sono”. 

Mi guardò meravigliata e continuò a fissarmi. “Sai Antonio” disse, “è solo da pochi minuti che ci conosciamo, certo non posso rispondere alla tua domanda, ma i tuoi occhi sembrano parlare di un mondo distante, diverso da quello che si è soliti incontrare nel quotidiano. I tuoi occhi sembrano chiedere che qualcuno gli riveli quello che già sanno, ma non vogliono accettare. Ognuno di noi è un mistero che va svelato ogni giorno, tassello dopo tassello, e quando il mosaico è pronto bisogna avere il coraggio più grande: quello di guardarlo ed accettare quello che si dischiude avanti ai nostri occhi. Accettare ed amare quello che siamo, per amare quello che ci fa soffrire e gli altri che sono lo specchio di un’esistenza della quale non capiamo il senso, né la direzione”. Sentii una fitta al cuore. Ripensai a come ogni mattina dei miei giorni passati avessi gettato le reti nel mio mare, e da quello scuro abisso avessi pescato cose di strano aspetto e strana bellezza, alcune che splendevano come un sorriso altre che brillavano come lacrime. Ed a sera le rimiravo e mi chiedevo cosa fossero, quei regali per i quali non avevo lottato, che non avevo comprato, che la mia natura mi aveva donato e che io non capivo, che temevo e che rigettavo nell’antro da cui erano venute sperando si tramutassero in cose che io potessi comprendere. Da tutto si può fuggire, ma non da noi stessi. Ci si può liberare della carne, ma lo spirito, sentinella immateriale della nostra esistenza, penetra ogni orifizio tra un atomo ed un altro, e ogni atomo della nostra carne, e ci scova in qualunque infinitesimo spazio cerchiamo di nasconderci. È bene accettare di capire, quel poco che siamo capaci di capire, sebbene il capire ci porti più vicino al dolore che è l’essenza dell’esistenza umana.

Buona parte del pomeriggio era trascorsa. Salutai Sara e mi diressi verso la mia cabina. Il traghetto mi sembrò ancora più squallido di quanto mi fosse sembrato prima. Doveva aver navigato per molti decenni e sicuramente se ne sarebbe andato volentieri in pensione se glielo avessero concesso. La cabina verniciata di bianco era piena di tubi che correvano di qua e di là. Il letto mi rammentava il corpo disfatto di una vecchia baldracca, abusato da migliaia e migliaia di membri. La toilette non era alla turca: chissà quanti passeggeri si erano lamentati di quell’offesa alla tradizione. Mi ricordai allora di aver lasciato nella stiva alcuni oggetti di cui avevo bisogno. Uscii dalla cabina e mi diressi giù per alcuni piani. Aprii la porta della stiva dove c’era la mia sola macchina. Recuperai il materiale necessario e cercai di risalire, ma ahimè la porta della stiva si era richiusa dietro di me e non c’era modo di aprirla. Girovagai per una buona mezz’ora cercando di trovare un’altra porta aperta, ma tutte erano state ben serrate dal di dentro. C’era da aspettarselo, i Turchi hanno l’antico retaggio di barricarsi, in terra ed in mare, temendo che qualcuno possa penetrare nella loro vuota intimità. L’idea di restare tre giorni nella stiva non mi andava per niente. C’erano delle telecamere, cercai di farmi notare sperando che qualcuno mi vedesse, ma nulla. Fu così che decisi di infrangere il vetro degli allarmi antincendio che si trovavano nella stiva. Dopo una decina di minuti il mio salvatore arrivò e fui così libero di ritornare un po’ più vicino al cielo.
Dopo essere stato nella cabina a lasciare il materiale prelevato dalla macchina uscii per andare a cenare. La sala ristorante era estremamente grande e coperta su tutte le pareti da tende bianche di acrilico che non permettevano di vedere al di fuori di essa, cosicché non si vedeva neanche il mare. C’erano alcuni camerieri che incominciarono a servire la cena, uguale per tutti: alcune fette di pomodori, cetrioli, costolette di agnello e da bere Ayran. Sara ed A erano già nella stanza quando ero arrivato e mi invitarono al loro tavolo. Accettai con molto piacere. Cominciammo a mangiare e a dialogare in italiano, sia Sara che A lo parlavano, anche se A lo aveva esercitato per più tempo e si trovava più a suo agio a parlare nella lingua di Dante. A, un occhialuto e magro personaggio, alto più di un metro e ottanta, era un regista, andava a Tbilisi a presentare un suo film, accompagnato dalla sua amica Sara. A aveva degli occhialini rotondi che gli davano un aspetto intellettualoide ma spigoloso, ed anche i suoi modi avevano qualcosa di spigoloso. Era molto differente da Sara: non si sarebbe riuscito a farlo rassomigliare a lei neanche limandone i dettagli psico-fisici per alcuni milioni di anni. Ciononostante, come spesso accade, erano amici o tali sembravano. A dire il vero, spesso la differenza è uno dei poli di attrazione più forte fra due essere umani. Essendo io attratto da persone che si sforzano di affinare la loro parte culturale, ebbi per alcuni minuti un’impressione positiva di A. Sembrava una persona colta ed appassionata per la cultura. Mentre nella sala rimbombava la colonna sonora di Orfeo Negro parlavamo della Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, del Maestro e Margherita di Bulgakov, di Berlioz e di Azazello, ed avemmo una piccola disquisizione sulla frase introduttiva del libro, tratta dal Faust di Goethe:

‘Say at last–who art thou?”That Power I serveWhich wills forever evilYet does forever good.’

Del bene che opera male e del male che opera per il bene.

Era una persona colta, A, ma meno di quello che avevo immaginato. Un suo aspetto che non mi piaceva granché era il fatto che cercava di ostentare la sua cultura e nel dialogo si poneva su un piano più alto dell’interlocutore, aveva un atteggiamento altezzoso di chi crede di essere superiore agli altri. Sara sembrava pendere dalla sua bocca e cominciai ad intravedere un filo, invisibile agli occhi fisici, che li legava. A dire il vero erano due fili: uno più sottile, che da A si dirigeva verso Sara, che persino un lieve soffio di zefiro avrebbe spezzato, ed uno molto più robusto, che si dirigeva da Sara ad A, e che rassomigliava ad uno di quei fili con cui i ragni legano le loro prede. Dopo aver finito di cenare, A si scusò, andò via ed io rimasi con Sara. Ci conoscevamo da poche ore, ma incominciammo a parlare come se ci conoscessimo da alcuni secoli. E parlammo della sua famiglia, di sua madre, che si comportava come una ragazzina, e lei, Sara, doveva comportarsi da madre con lei. Insomma, un rapporto madre-figlia rovesciato. E mi parlò fugacemente del padre, che viveva con un’altra donna, ed ebbi la sensazione che egli fosse solo l’inseminatore che l’aveva trascinata via da quel limbo, in cui il possibile e l’impossibile si danno la mano, e quel possibile si realizza in un essere umano o talvolta in altra fattezza. Dava l’impressione di una donna gioiosa, Sara, una di quelle donne che possono cambiarti la vita e trasformarla dalla baracca cadente che è, che affonda in un putrido pantano in una suite imperiale al Grand Hotel. E fu così che cominciai a parlare della mia vita, del mio dolore. Ero nato “addolorato” e lo sarei sempre stato, un’eredità avuta da generazioni passate, passata da una mano all’altra come in una staffetta nei secoli. Aveva lasciato poco spazio al resto, era stata oscurità, silenzio nell’anima, gelo azzurro sulla fronte, marchio a ferro sulle mie carni. Ma la sofferenza trasforma, cambia l’aspetto: da argilla lo cambia in spirito, che può essere toccato col sentimento e con la conoscenza. E fu così che le parlai della mia vita sentimentale, o meglio dei rivoli in cui essa era scissa. Mille storie che nascevano, si intrecciavano, sembravano disintegrarsi per poi rinascere più vive che mai. Mi trovavo in un maelstrom sentimentale più grande della mia mente senza riuscire ad uscirne, o forse senza volerne uscire. In ogni modo soffrivo molto per la situazione nella quale mi trovavo. Sara mi ascoltava incuriosita e cercò di sostenermi moralmente dicendo che aveva avuto anche lei esperienze di altri uomini in situazioni simili. L’unica differenza che c’era tra me e loro era che io dicevo di soffrirne mentre loro ne erano contenti, se ne vantavano. Non c’è da stupirsi di ciò, visto come l’uomo è stato agglomerato dall’evoluzione: una macchina massimizzatrice di scopate per ragioni di disseminazione del seme. Una macchina che cerca di replicare infinite volte sé stessa, lasciando in circolazione l’unica cellula veramente immortale che ci sia nel creato. Insomma, una sorta di universo inflazionario caotico che si replica in una infinità di copie. Che orrore l’istinto! Ci permea tutti, ci guida in direzioni già programmate. Talvolta, viene scambiato per amore, e ci porta per mano in una direzione sempre uguale e che si ripete di generazione in generazione. Il povero Aristotele aveva proprio torto con la sua idea che la mente fosse una tabula rasa. Forse se la guardi alla superficie sembra una tabula rasa, come una lavagna appena pulita, ma, se guardi bene dietro la lavagna, trovi un microchip con informazioni salvate di generazione in generazione. Forse la prossima specie che l’evoluzione produrrà godrà di un vero libero arbitrio, ma, se ciò accadrà, fiumi di tempo scorreranno sotto le arcate di un cielo da noi difficilmente riconoscibile e un’infinità di creature sarà sacrificata al fine ultimo di ciò che forse è meglio.

“Si è fatto tardi” dissi a Sara. “Si, è vero. Che ne dici di fare una passeggiata e poi di andarcene a letto”. “Si, è una buona idea” replicai, e così uscimmo all’aria aperta. La sera era calda, il mare calmo, l’Italia si allontanava da me ed io mi sentivo più libero, più leggero. Fuggire da una nazione opprimente, incancrenita in un’atavica corruzione di cui i romani erano già maestri mi faceva sentire meglio. Fuggire da una nazione di ipocrisia scientifica che riesce a scalfirti fino all’osso…

“Sei felice, Sara?” Lei sfoderò un sorriso ammaliante di chi si era trovata spesso a porsi questa domanda. “Antonio, sono felice ed infelice, come tutti credo. La felicità non è uno stato permanente nell’essere umano, è uno stato instabile che in ogni momento può essere sostituito dal suo contrario. La felicità dipende da quello che ci accade ma allo stesso tempo è una cosa che dipende dalla nostra natura. Ci sono persone che geneticamente sono più predisposte a non essere infelici, altre che cadono facilmente in depressione. Il problema è abbastanza complicato. Io sono una persona ipersensibile e la felicità devo cercarla, devo lottare per conquistarla. Non viene come un cane addestrato al richiamo del padrone.” Rimasi qualche attimo a pensare prima di risponderle.  “Io sono una persona molto pessimista”, replicai “geneticamente pessimista e spesso mi sovviene l’aforisma di Schopenhauer: “La sola felicità è quella di non nascere”, e proprio per questo non voglio avere figli e non generare dolore. Generare è un istinto non è un atto d’amore. Forse gli ominidi, senza troppe sovrastrutture a pressargli l’io, erano più felici di noi. La società è sorgente di infelicità quando diviene una società con valori innaturali quali quelli trionfanti nella nostra. Ma se ci si ferma un attimo, se si abbandonano i pensieri che infestano la nostra mente, lasciandosi al richiamo di una natura così bella, come quella che c’è intorno a noi stasera, si può riuscire a sentirsi felici. Felici di essere testimoni di quello che noi giudichiamo bello, di quello che la natura ha creato. E se per un attimo ci chiediamo quale sia il nostro ruolo in questa ragnatela cosmica, e ci sentiamo delle nullità nell’infinità dell’universo, le prime idee della meccanica quantistica ci vengono incontro, dicendoci che senza osservatore questo turbinio universale forse non ci sarebbe. Einstein non credeva a questo. Una volta chiese ad un suo ben noto collega: “Ma tu veramente credi che la luna esista perché un topo sta a guardarla?”. Per quanto assurdo possa sembrare, certa parte della scienza ha dato torto ad Einstein, ed il ruolo dell’osservatore, sembrerebbe fondamentale. In realtà, non si tratta dell’osservatore conscio, ma solo di una qualche forma di interazione. Però grandi personaggi come Archibald Wheeler, non solo credevano che l’osservatore fosse importante, ma che addirittura fosse partecipatore a generare la realtà e lo stesso Universo. Per lui, noi siamo una parte importante di questo puzzle di cui poco comprendiamo, e proprio questo mi fa pensare che quest’idea abbia meno senso di quanto certa scienza gli dia” “Che lavoro fai Antonio?” mi chiese, “come mai vai in Turchia? È desueto per un italiano andare a lavorare in Turchia.” “Mi occupo di Astrofisica ed in Italia è quasi impossibile trovare lavoro nel settore della ricerca. L’Italia investe per la formazione di ricercatori e poi li regala ad altre nazioni come merce scaduta. È una situazione estremamente triste, ma sembra che il problema non tocchi nessuno. Il mondo è pieno di esiliati della ricerca italiana, un esilio talvolta dolce, talvolta amaro come il fiele”.  Mi guardò con un volto rattristato e disse “Si è veramente triste.” “Si è triste, ma quando guardo la volta stellata, la mia anima si illumina di luci di mille colori e vibra come la luce delle stelle che sembrano guardarci dall’alto. Avere una comprensione, per quanto limitata dell’Universo e di come esso funzioni, mi dà una grande gioia. Sentirsi parte del tutto, figli delle stelle, “polvere di stelle” come diceva Carl Sagan, mi fa capire che, nonostante il nostro egoismo, siamo parti del tutto. Arrivammo ad Istanbul in un pomeriggio assolato, in inverno, uno di quei giorni nei quali la città è più allegra e decide di schiudere le sue porte ai turisti ammaliati. Si diressero al loro Hotel, io al mio Lojman, vicino ad Anadolu Hisari. Con Sara stabilimmo di vederci il giorno dopo e fare un giro verso la parte asiatica di Istanbul. Il giorno dopo, guidavo verso Anadolu Kavağı. Nat KingKole cantava Autumn Leaves ed una dolce, vicina presenza dava gioia al mio cuore. La strada si contorceva come un serpente nero sotto i melanconici pneumatici e sulla sinistra il bosforo cantava la sua eterna canzone di vita e di morte. Quasi un’ora trascorse ed il castello di Anadolu Kavağı cominciò a svettare sulla collina. Una ripida salita e l’automobile affaticata ci portò a meta, in un luogo ove la natura offre un meraviglioso spettacolo gratuito all’occhio stupito: una lingua d’acqua univa due mari, come una lingua che unisce due creature umane e trasporta passione. Una lingua che lambiva due continenti che si guardano con scuro cipiglio. Eravamo lì, altre persone erano lì, quando la invitante voce del muezzin echeggiò nell’aria fresca della sera. Quella voce trascinò con sé, come una ventata che spazza via le foglie autunnali, tutti gli astanti, tranne me e la mia dolce compagna.

Un desiderio ancestrale scosse la mia anima ed il mio corpo e come un cane in calore ero già su di lei latrando di piacere. Accettammo l’invito coercitivo dell’istinto naturale a partecipare alla sua unione: eravamo parte di essa, del presente, del passato, dello spazio che si offriva perché l’evento avesse luogo.
E aprimmo il nostro corpo mortale troppo debole e stretto per contenere un’anima che è sorella dell’immensa anima universale per liberarla affinché si accoppiasse con la sua sorella ancestrale.

Autore: Antonino Del Popolo

Autore

  • Antonino Del Popolo è un astrofisico che si è laureato all'Università di Bologna e ottenuto il dottorato a Roma. Ha lavorato in qualità di ricercatore nell'Istituto CRL (NICT) di Tokyo, e nell'Institut Argelander di Bonn, in qualità di "Assistant Professor" nell'Università del Bosforo di Istanbul, e Professore Ordinario nell'Università Tecnica di Istanbul (ITU). Il Dr. Del Popolo è attualmente ricercatore e professore aggiunto presso il Dipartimento di Fisica ed Astronomia dell'Università di Catania. E' stato "visiting professor" presso l'Università del Bosforo di Istanbul, presso l'Università di San Paolo (Brasile), presso l'Istituto Internazionale di Fisica (IIP) di Natal (Brasile), presso l'IMP-CAS di Lanzhou (Cina), dove ha anche ottenuto il premio PIFI dell'Accademia delle Science Cinese, presso presso l'Istituto di astronomia dell'accademia russa delle scienze, e a Sofia presso l'Università S. K. Ohridsky e presso l'istituto di astronomia dell'accademia delle scienze. Il suo interesse principale è la Cosmologia Fisica. È autore di tre libri in italiano e inglese e di uno in italiano, inglese e russo.

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